È la fine di un'era. L'era del "whatever it takes" di Mario Draghi, il decennio del denaro che costava poco, o addirittura nulla e in cui la Banca centrale europea acquistava senza sosta titoli di Stato, termina ieri nel primo pomeriggio con un comunicato dei banchieri centrali europei, riuniti eccezionalmente non a Francoforte ma ad Amsterdam. Nella città dove nella prima metà del Seicento crebbe e poi esplose la bolla speculativa sui bulbi dei tulipani, la Banca Centrale europea tira fuori il suo ago e fa scoppiare il palloncino con cui l'economia reale giocava illudendosi di essere serena dal maggio 2011, data dell'ultimo rialzo dei tassi nell'eurozona. Quei tassi che da allora erano sempre scesi, consentendo alle imprese e alle famiglie di indebitarsi a basso costo, ai governi nazionali di accumulare nuovo debito pubblico senza preoccuparsi troppo della spesa per interessi, e obbligando di fatto le banche a mettere i loro capitali…
È la fine di un'era. L'era del "whatever it takes" di Mario Draghi, il decennio del denaro che costava poco, o addirittura nulla e in cui la Banca centrale europea acquistava senza sosta titoli di Stato, termina ieri nel primo pomeriggio con un comunicato dei banchieri centrali europei, riuniti eccezionalmente non a Francoforte ma ad Amsterdam. Nella città dove nella prima metà del Seicento crebbe e poi esplose la bolla speculativa sui bulbi dei tulipani, la Banca Centrale europea tira fuori il suo ago e fa scoppiare il palloncino con cui l'economia reale giocava illudendosi di essere serena dal maggio 2011, data dell'ultimo rialzo dei tassi nell'eurozona. Quei tassi che da allora erano sempre scesi, consentendo alle imprese e alle famiglie di indebitarsi a basso costo, ai governi nazionali di accumulare nuovo debito pubblico senza preoccuparsi troppo della spesa per interessi, e obbligando di fatto le banche a mettere i loro capitali nell'economia reale a meno che non volessero depositarli a tassi negativi - ossia perdendo denaro - presso la stessa Bce. Ancora oggi, per l'appunto, Francoforte impone agli istituti che parcheggiano fondi un rendimento non positivo, ma del -0,50%.
Macchine indietro tutta, adesso. A luglio un primo ritocco dello 0,25%, in gergo 25 "punti base", a settembre la concretissima possibilità di un altro rialzo più sostanzioso, che questa volta potrà arrivare a 50 punti base. E una frenata, in un caso immediata, nell'altro graduale, dei due programmi che garantivano l'acquisto di titoli di Stato da parte della banca centrale.
Ai mercati finanziari fa male - ieri ribassi generalizzati sulle Borse - ma non è certo una sorpresa. I due nemici che ogni banchiere centrale deve temere - la bassa crescita da una parte e l'inflazione dall'altra - sono entrambi in armi, ma oggi è proprio la corsa dei prezzi, che nell'eurozona ha superato l'8% anno su anno, che fa tremare Francoforte. Non è certo un colpo di scena, forse è addirittura una mossa in ritardo: dalla Fed americana è già arrivata una decisa inversione di rotta sui tassi, condita dai mea culpa della ex presidente Janet Yellen per non aver visto in tempo l'iceberg dell'inflazione contro cui stava sbattendo la corazzata Usa. L'ago della Bce, pensano alcuni, doveva essere usato prima.
Il rialzo non è una sorpresa, dunque, anche se rischia di suonare molto contraddittorio: se l'economia va male e rallenta - insegnano i manuali - la Banca centrale abbassa i tassi e non li alza, per far circolare più facilmente il denaro. Ma se l'economia va male - spiegano gli stessi testi - di solito l'inflazione non si fa vedere, mentre adesso è proprio la corsa dei prezzi che fa da protagonista. Una corsa alimentata prima dal lungo isolamento dovuto al Covid che ha danneggiato le catene di produzione globali e dato un gran colpo di freno ai commerci internazionali, e adesso all'aggressione Russa all'Ucraina. Si chiama "inflazione importata": se le navi con il grano sono ferme nel porto di Odessa, il prezzo della farina salirà, se il petrolio russo non arriva, la benzina supererà - come è già tornato a succedere - i due euro, se i microchip cinesi non giungono più in quantità sufficiente, qualsiasi prodotto ne abbia uno dentro costerà di più. E l'inflazione assieme al rallentamento della crescita è un mix che per tutti noi, non solo i banchieri centrali, è venefico. Alla Bce si scommette, per ora, sul fatto che il 2022 e il 2023 andranno un po' peggio del previsto, ma nel 2024 la crescita sarà superiore a quanto finora immaginato.
Per l'Italia poi c'è un problema in più e si chiama - come è ovvio - debito pubblico. La presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva esordito a Francoforte con una memorabile gaffe ("non siamo qui per chiudere gli spread") in grado da sola di far schizzare i rendimenti dei titoli italiani e degli altri Paesi "periferici", ieri è stata decisamente più prudente: ha spiegato che la banca vuole evitare la "frammentazione" dei costi di finanziamento dei singoli Stati, ossia che per l'Italia prendere soldi in prestito attraverso l'emissione di titoli di Stato paghi interessi più alti di Paesi maggiormente affidabili, come la Germania. Ma Lagarde non ha spiegato come questo avverrà, si è limitata a dire che "preverremo la frammentazione, sappiamo come utilizzare nuovi strumenti se fossero necessari". Non è una buona ricetta per garantire calma e stabilità sui mercati finanziari e la fiammata dello spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi di ieri sta là a dimostrarlo.
La guerra, quella vera, si combatte a qualche migliaio di chilometri da qui e ogni paragone sarebbe di pessimo gusto. Ma da ieri anche nella placida Europa si sentirà qualche effetto, sebbene indiretto, di quel conflitto. L'aquila bicipite di Mosca ha fatto alzare in volo i falchi di Francoforte.