Qualche settimana fa ero a lezione per concludere il corso di Psicologia delle differenze e diseguaglianze. Era il periodo delle uscite brillanti di imprenditrici varie, e studentesse e studenti mi accoglievano in aula dicendo "Prof. ieri l'abbiamo pensata". Io rispondevo "Anch'io ho pensato a voi". Perché avevamo trascorso insieme tante ore nel loro ultimo semestre di laurea magistrale, discutendo di teorie e dati, di evidenze di ricerca, di conformismo, di maggioranza e minoranze, di asimmetrie di potere, di discorso pubblico, di piani nazionali, di formazione degli adulti, di pregiudizi, stereotipi e automatismi, di cambiamento sociale. E il problema era diventato perfettamente chiaro: le pari opportunità tra donne e uomini sono un diritto e uno strumento di crescita per la società tutta e non un tema da trattare solo quando succedono disastri. Anche se spesso genitori, amici o partner "commentano i nostri pareri su una question…
Qualche settimana fa ero a lezione per concludere il corso di Psicologia delle differenze e diseguaglianze. Era il periodo delle uscite brillanti di imprenditrici varie, e studentesse e studenti mi accoglievano in aula dicendo "Prof. ieri l'abbiamo pensata". Io rispondevo "Anch'io ho pensato a voi". Perché avevamo trascorso insieme tante ore nel loro ultimo semestre di laurea magistrale, discutendo di teorie e dati, di evidenze di ricerca, di conformismo, di maggioranza e minoranze, di asimmetrie di potere, di discorso pubblico, di piani nazionali, di formazione degli adulti, di pregiudizi, stereotipi e automatismi, di cambiamento sociale. E il problema era diventato perfettamente chiaro: le pari opportunità tra donne e uomini sono un diritto e uno strumento di crescita per la società tutta e non un tema da trattare solo quando succedono disastri. Anche se spesso genitori, amici o partner "commentano i nostri pareri su una questione o un episodio dicendo: ma va, ma dai, in fondo non è vero che le donne in Italia sono discriminate. Ma perché te la prendi tanto...".
Certo, qui siamo a Psicologia ed è quasi facile. Sappiamo che una parte importante della soluzione, quella che possiamo realizzare anche da soli una volta riconosciuta la questione, si trova nelle pratiche quotidiane: ciascuno di noi può contribuire a "decostruire" la rappresentazione stereotipica dei generi invece che continuare a replicarla, anche soltanto prestando attenzione alle parole che usiamo o agli automatismi di giudizio, per esempio.
Ma intorno c'è un mondo. Di studenti che vanno a scuola, finché ci riescono, e difficilmente, tranne in qualche isola felice, incontrano programmi e docenti formati per parlare dell'influenza invisibile ma dirimente, sulle loro vite, derivante dell'essere donna o uomo (e non accenniamo nemmeno all'intreccio con altre dimensioni, quali l'orientamento sessuale e l'identità di genere).
E c'è un mondo intorno a cui ragazze e ragazzi chiedono con forza, su questi temi, di risposte istituzionali. Che non facciano dipendere quanto sarai attrezzata rispetto al futuro e alla tua progettualità dal luogo in cui nasci e dalla casualità delle opportunità. Che spieghi perché le donne sono l'unico caso storico di una maggioranza da sempre trattata come una minoranza (e quindi percepita come avente meno potere) e per la quale, a cominciare dal Pnrr, continuiamo a parlare di inclusione, termine che si usa solo per le minoranze: del resto sarebbe ben strano includere una maggioranza.
Queste risposte istituzionali le potrebbero dare, lo diciamo da sempre e non lo facciamo mai, la scuola e l'università attraverso Piani Nazionali di contrasto agli stereotipi di genere che definiscano interventi sistematici e reiterati: e non li abbiamo ancora. Le risposte sull'eliminazione di queste invisibili diseguaglianze, che sono barriere alla costruzione del futuro e della sostenibilità sociale, le potrebbe (dovrebbe?) dare il mondo del lavoro, che ultimamente in Italia sta mostrando quasi una regressione, con esempi pessimi, privi di visione e innovazione: il tema della forza contrapposto a quello della debolezza... Di nuovo?
Poi certo abbiamo la legge Gribaudo (e meno male) che chiede alle aziende e alle organizzazioni di produrre un report annuale sulle pari opportunità di genere (realizzate, non dichiarate) per ottenere, previa valutazione, la Certificazione di Parità, da cui derivano premialità e/o sgravi fiscali. Così come nelle università oggi occorre pubblicare il Gender Equality Plan per poter accedere ai finanziamenti europei. Non è molto, ma è un percorso. Da sostenere, ampliare, velocizzare. Perché promuovere le pari opportunità tra donne e uomini significa riconoscere che la realtà si presenta di per sé diseguale, e che l'eliminazione di queste diseguaglianze sistemiche non può essere lasciata alle mere capacità dei singoli individui. Solo così riusciremo a rispondere alla domanda di senso che viene dai giovani che studiano, che lasciano il lavoro, che cambiano nazione, perfino dai Neet. I ragazzi e le ragazze le pari opportunità le capiscono in fretta, anche perché non hanno un passato né uno status quo da conservare. Ma vivono in un mondo adulto che continua a non comprenderle, anzi le teme, e per questo non le persegue. Invece dobbiamo realizzarle, adesso, perché solo così capiremo anche noi cosa ci siamo persi fino ad oggi.