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Sul voto l'ombra di Mosca

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Le amministrative disegnano le posizioni di partenza in vista delle Politiche 2023. E la Lega rischia di pagare i legami con la Russia
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Non deve essere sembrato strano a Matteo Salvini che le spese della sua trasferta a Mosca, poi saltata, fossero a carico dell’ambasciata russa: è giusto che gli oneri siano addebitati a chi trae beneficio da un viaggio di lavoro. Già ora Salvini svolge gratuitamente il compito di sostenere nel Paese di cui è cittadino tesi care al Cremlino, come la sospensione della fornitura di armi all’Ucraina o la responsabilità di Joe Biden nella prosecuzione della guerra. Sarebbe stato ingeneroso, da parte dei russi, chiedergli di pagare il viaggio che doveva servire a confezionare un piano di “pace” come la intende Mosca, cioè la resa degli ucraini al loro destino.


Mancava solo …

Non deve essere sembrato strano a Matteo Salvini che le spese della sua trasferta a Mosca, poi saltata, fossero a carico dell’ambasciata russa: è giusto che gli oneri siano addebitati a chi trae beneficio da un viaggio di lavoro. Già ora Salvini svolge gratuitamente il compito di sostenere nel Paese di cui è cittadino tesi care al Cremlino, come la sospensione della fornitura di armi all’Ucraina o la responsabilità di Joe Biden nella prosecuzione della guerra. Sarebbe stato ingeneroso, da parte dei russi, chiedergli di pagare il viaggio che doveva servire a confezionare un piano di “pace” come la intende Mosca, cioè la resa degli ucraini al loro destino.


Mancava solo la notizia del gruzzolo di rubli a disposizione di Salvini diplomatico a movimentare queste amministrative già fin troppo caricate di significati politici nazionali.
Il guaio è che da anni ogni tornata amministrativa diventa un test che paralizza per un paio di mesi il Parlamento, influenza l’agenda del governo spingendo i partiti a chiedere il rinvio di molti provvedimenti a dopo il voto ed è utilizzato per riscrivere i rapporti di forza nella maggioranza o tra maggioranza e opposizione, di solito semplicemente spostando l’esercizio dei veti da un partito a un altro, dunque senza effetti sostanziali sullo stallo di partenza. Considerato che di tornata ce n’è più o meno una all’anno, è chiaro quanti pesi questo rito sulle nostre istituzioni. Il voto di oggi ha per giunta l’aggravante di essere l’ultimo prima delle Politiche del 2023 - come ne definisse una ideale griglia di partenza - dunque stabilirà chi si sentirà più in diritto (o dovere, dipende dai punti di vista) di smarcarsi dal governo di cui fa parte, oltre ad avere valore notarile quando le sciancate coalizioni di ogni longitudine si siederanno a discutere le rispettive quote delle candidature nei collegi.


Questo schema vizioso mette da tempo in secondo piano anche la qualità dell’offerta politica riservata ai Comuni, già difficile a causa dell’inaridimento o estinzione dei partiti sul territorio, che ormai rende difficile non solo trovare dei buoni consiglieri o assessori ma sempre più spesso anche dei dignitosi candidati sindaco. In alcune zone del Paese, come dimostrano le ultime inchieste di Palermo per voto di scambio, è la criminalità organizzata a surrogare l’assenza della politica locale. Si dirà: è sempre stato così, ma non è del tutto vero, persino la politica collusa è scaduta di livello e oggi il rapporto tra corrotti e corruttori è totalmente squilibrato a vantaggio dei secondi, le classi dirigenti locali sono sempre più infarcite di improbabili mendicanti di preferenze che non hanno altro da rappresentare se non gli interessi dei boss presso cui si prostituiscono.
Però è da questa lotteria locale, che incidentalmente oggi riguarda città come Palermo, Genova, Verona, Parma e altri Comuni medio-piccoli, che si deciderà se ci potrà essere spazio o meno per una nuova legge elettorale, se sulla leadership del centrodestra avrà diritto di prelazione Giorgia Meloni o Matteo Salvini, se la coalizione giallorossa può avere un futuro, come se un sindaco conquistato insieme a Gorizia ovvero a Catanzaro potesse valere politicamente più della convergenza sulla guerra in Ucraina, sulla politica estera o sulle ricette per lavoro e welfare. Il risultato deciderà anche, non ultimo, quanto sarà dura per Mario Draghi la navigazione di questo ultimo miglio del suo governo di unità nazionale.


In questo schema consolidato poco importa che alla maggioranza dei cittadini non importi nulla di usare il voto nel proprio Comune per esprimersi sugli orientamenti nazionali. Governativi o no, soddisfatti o scontenti, gli elettori chiedono solo un sindaco o una sindaca che faccia passare puntuali i bus, svuoti i cassonetti e tenga pulite le strade, programma rivoluzionario per molte amministrazioni. Del resto, se garantire l’ordinario nelle nostre città è diventato un punto programmatico, anziché il minimo sindacale, forse è dovuto anche alla sovrainterpretazione dei risultati delle Comunali, con troppi esegeti, non solo politici, pronti a spogliare il voto di Pistoia per capire se la distinzione del tal leader su armi difensive e offensive ha pagato in termini elettorali o se l’idea dell’altro di viaggiare a Mosca sia stata un boomerang piuttosto che un volano. Funziona così, e dunque anche volendo non possiamo rimuovere che le urne di oggi decideranno una parte del corso della politica nazionale. Ma bisognerà prima o poi che tutti facciano la propria parte per smontare questo meccanismo e cominciare a preoccuparsi solo che le città abbiano sindaci all’altezza, programmi per portarle nel nuovo secolo, già cominciato da vent’anni, e magari anche candidati che non bussino alla porta dei boss per garantirsi un seggio in consiglio.