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Elezioni amministrative, come cambiano gli equilibri a destra e a sinistra

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Da un lato c'è l'alleanza Lega-Fratelli d'Italia-Forza Italia. Dall'altro il "campo largo" di Enrico Letta, erede dell'asse privilegiato con i 5S di Giuseppe Conte. Il voto dimostra che gli scenari sono diversi
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Domenica 12 giugno sarà forse ricordata come la data spartiacque in cui si sono consumati molti equivoci e alcune illusioni della nostra politica. Potrebbe essere il giorno in cui è morto l'istituto del referendum, ucciso dall'indifferenza generale ma soprattutto dal mediocre cinismo di chi ha lanciato i quesiti come bengala nella notte, senza poi sentire il dovere di spiegarli agli italiani e di avviare un'adeguata campagna.

È stato anche il giorno in cui la democrazia ha offerto di sé un'immagine desolante, nel disprezzo verso i diritti dei cittadini che a Palermo hanno trovato i seggi chiusi e poi hanno dovuto sopportare varie traversie. E infine, tutto si lega, è stato il giorno dell'astensione: non solo il deserto referendario, ma pure nel voto comunale gli elettori sono rimasti a casa in percentuali che sfiorano e spesso superano il 50 per cento.

Detto questo, i risultati sono interessanti, destinati forse a cambiare…

Domenica 12 giugno sarà forse ricordata come la data spartiacque in cui si sono consumati molti equivoci e alcune illusioni della nostra politica. Potrebbe essere il giorno in cui è morto l'istituto del referendum, ucciso dall'indifferenza generale ma soprattutto dal mediocre cinismo di chi ha lanciato i quesiti come bengala nella notte, senza poi sentire il dovere di spiegarli agli italiani e di avviare un'adeguata campagna.

È stato anche il giorno in cui la democrazia ha offerto di sé un'immagine desolante, nel disprezzo verso i diritti dei cittadini che a Palermo hanno trovato i seggi chiusi e poi hanno dovuto sopportare varie traversie. E infine, tutto si lega, è stato il giorno dell'astensione: non solo il deserto referendario, ma pure nel voto comunale gli elettori sono rimasti a casa in percentuali che sfiorano e spesso superano il 50 per cento.

Detto questo, i risultati sono interessanti, destinati forse a cambiare gli equilibri sia a destra sia a sinistra. Perché sono due le strategie uscite sconfitte dal voto, in uno strano parallelismo. Da un lato c'è l'alleanza Lega-FdI-FI: concepita in questa legislatura per favorire l'ascesa di Salvini attraverso una sostanziale intesa con il partito di Berlusconi e tenendo Giorgia Meloni nella posizione di partner minore. Il voto dimostra che lo scenario è cambiato, tanto che il leader della Lega ha l'aria d'esser giunto pressoché al termine della sua avventura.

Dall'altro lato c'era il famoso "campo largo" di Letta, erede dell'asse privilegiato con i 5S di Conte: nell'idea lettiana il patto rimaneva, ma un po' annacquato, senza cioè riconoscere all'ex presidente del Consiglio il ruolo quasi taumaturgico di "faro dei progressisti". Ora si è visto che i 5S sono ridotti a una presenza marginale: non solo dove la sinistra perde in modo netto, come a Genova e Palermo, ma anche dove vince. A Padova, ad esempio, città in cui il candidato del centrosinistra ha stravinto al primo turno, la lista "grillina" ha raccolto solo l'1,4.

Salvini - per tornare al campo della destra - tenta di cavarsi d'impaccio ripetendo il suo "mantra". E cioè che il capo della coalizione - il candidato a Palazzo Chigi - sarà deciso dall'esito delle elezioni politiche del prossimo anno. Il problema è se Salvini avrà tutto questo tempo.

Non è solo la sconfitta, pur drammatica, di domenica, con le liste di FdI ormai più votate del Carroccio. Sono le ombre calate su di lui per i rapporti oscuri con Putin e il maldestro viaggio a Mosca, tentato ma non riuscito. Si tratta di capire se i leghisti, quelli che detengono il vero potere nelle città e nelle regioni del Nord, accetteranno di farsi guidare fino alle elezioni da colui che gli americani chiamerebbero "un'anatra zoppa".

Quanto all'altro sconfitto, Conte, le sue mosse sono meno prevedibili. È chiaro che l'alleanza con il Pd può esistere solo se lui accetta un ruolo subordinato, tipico di un partito minore. Ma il personaggio è irrequieto e chi lo consiglia lo spinge a cambiare tattica, magari per tentare la via solitaria rompendo l'intesa col Pd. Ovvio che in tal caso il segmento "grillino" che guarda a Di Maio non lo seguirebbe.

Ma il problema non è questo. Tocca a Letta e al Pd avviare una riflessione sul voto e decidere cosa fare. Il "campo largo" è un'illusione perduta, ma altre strade vanno considerate. Ad esempio, Calenda e +Europa, talvolta Italia Viva, hanno dimostrato di saper raccogliere consensi. Ancora pochi, certo, ma abbastanza per rappresentare un'ipotesi da non scartare.