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Perché il diritto all'aborto c'entra anche con il Pil

Washington, una manifestazione per il diritto all'aborto davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti (reuters)
Se i governi si accaniscono contro le donne, in realtà danneggiano l'economia, che è il mantra del XXI secolo a qualsiasi latitudine. Più non si può programmare quando avere un figlio, ma si è costrette a portare avanti una gravidanza contro la propria volontà, e più le nazioni perdono una parte importante della forza lavoro
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Premessa: se fossero gli uomini a partorire, probabilmente il diritto all'interruzione di gravidanza sarebbe già in molte Costituzioni e negli Stati Uniti lo troveremmo tra gli Emendamenti, come il 2°, che garantisce il possesso delle armi, e che ora è nella tempesta, ma che nessun presidente è riuscito davvero a modificare.

Ma l'aborto riguarda le donne e quindi nel 2022 siamo ancora, non solo nella condizione di doverlo difendere, ma anche di trovare nuove argomentazioni per farlo. È sempre più evidente che parlare di un diritto inalienabile, del fatto che le donne dovrebbero essere le uniche a decidere se, come e quando mettere al mondo un figlio, non sembra purtroppo più un'affermazione sufficiente.

E non soltanto in Paesi come l'Afghanistan, dove la condizione femminile è tornata indietro di secoli, ma anche negli Stati Uniti dove la Corte suprema potrebbe annullare la legge del 1973 che garantisce alle donne …

Premessa: se fossero gli uomini a partorire, probabilmente il diritto all'interruzione di gravidanza sarebbe già in molte Costituzioni e negli Stati Uniti lo troveremmo tra gli Emendamenti, come il 2°, che garantisce il possesso delle armi, e che ora è nella tempesta, ma che nessun presidente è riuscito davvero a modificare.

Ma l'aborto riguarda le donne e quindi nel 2022 siamo ancora, non solo nella condizione di doverlo difendere, ma anche di trovare nuove argomentazioni per farlo. È sempre più evidente che parlare di un diritto inalienabile, del fatto che le donne dovrebbero essere le uniche a decidere se, come e quando mettere al mondo un figlio, non sembra purtroppo più un'affermazione sufficiente.

E non soltanto in Paesi come l'Afghanistan, dove la condizione femminile è tornata indietro di secoli, ma anche negli Stati Uniti dove la Corte suprema potrebbe annullare la legge del 1973 che garantisce alle donne il diritto all'aborto.

In Texas il divieto è già in vigore, in Alabama, Georgia, Ohio, Kentucky, Mississippi e Louisiana le restrizioni sono tali che di fatto è diventato quasi impossibile trovare un medico o una struttura dove abortire.

E l'America non è sola in questo percorso oscurantista, in altri venti Stati del mondo l'interruzione volontaria di gravidanza è proibita. In cinquanta l'aborto è consentito, ma solo se è necessario per preservare la salute della donna e in alcuni Paesi è permesso solo in determinate circostanze, come stupro, incesto, malformazione fetale. A volte serve il parere di due medici, altre volte il consenso del coniuge o dei genitori.

A Gibilterra la pena per chi decideva di abortire prevedeva l'ergastolo (un anno fa è stato depenalizzato non legalizzato) mentre in Polonia, dove hanno trovato rifugio migliaia di donne ucraine, tra cui molte vittime degli stupri di guerra, l'aborto è di fatto impossibile.

In Giappone alla fine dell'anno diventerà legale la pillola abortiva ma, come succede adesso con l'interruzione di gravidanza chirurgica, ci vorrà probabilmente il parere del partner. Le single si rassegnino a diventare madri!

In Italia, secondo la Relazione presentata al Parlamento, gli aborti sono in calo ma in alcune Regioni i medici obiettori di coscienza arrivano all'84,5%. Due medici su tre al livello nazionale. In 31 strutture sanitarie il 100% dei medici è obiettore, in molte altre la cifra varia tra il 90 e l'80%.

"Ogni 15 minuti nel mondo una donna muore a causa delle complicazioni derivanti da un aborto illegale": è quanto riportano gli eurodeputati socialdemocratici Iratxe García e Fred Matic che hanno calcolato che le vittime sarebbero circa 60 mila all'anno. Cifre che dovrebbero far rabbrividire e già di per sé stroncare ogni discussione, ma non è così.

E allora sentiamo cosa ha detto Janet Yellen, Segretaria al Tesoro americano, durante un'audizione in Congresso, intervenendo nel dibattito sull'aborto: "Credo che eliminare il diritto delle donne di prendere una decisione su se stesse e su quando avere un bambino avrebbe effetti dannosi sull'economia e riporterebbe le donne indietro di decenni". Yellen ha poi spiegato che "l'accesso all'aborto ha permesso di aumentare la partecipazione alla forza lavoro e consentito a molte donne di terminare gli studi e di pianificare e trovare un equilibrio tra famiglia e carriera".

Proviamo allora a vederla da questo punto di vista. Se i governi si accaniscono contro i diritti delle donne, in realtà si accaniscono sull'economia del loro Paese e sul Pil che è invece il mantra del XXI secolo a qualsiasi latitudine. Più le donne non solo non possono programmare quando avere un figlio ma sono costrette a portare avanti una gravidanza contro la loro volontà, e più le Nazioni perdono una parte importante della loro forza lavoro.

La ricercatrice Diana Greene Foster, docente al Dipartimento di Ostetricia, ginecologia e scienze riproduttive dell'Università della California, a San Francisco, ha condotto un'indagine, il Turnaway Study, in cui ha seguito 1.000 donne che avevano cercato di abortire, alcune riuscendoci altre no perché avevano appena superato il limite temporale consentito.

Lo studio ha rilevato che, sei mesi dopo, il 61% di donne a cui era stato negato l'aborto e che aveva portato a termine la gravidanza era in condizioni di povertà rispetto al 45% del gruppo che era riuscito a interrompere la gravidanza. Nello stesso periodo, quelle del primo gruppo avevano anche più probabilità di essere disoccupate (51% contro il 37%) rispetto alle donne che avevano abortito.

Sono anni che diversi studi scientifici dimostrano che la parità di genere, grazie al lavoro delle donne, porterebbe a un aumento strutturale del Pil e questo non solo grazie a stipendi, tasse e contributi, ma a una crescita complessiva del sistema.

A causa del gender gap perdiamo una ricchezza stimata in 160,2 migliaia di miliardi di dollari in capitale umano e secondo la società McKinsey se entro il 2025 arrivassimo a uno scenario di piena occupazione si aggiungerebbero 28 trilioni di dollari (26%) al Pil globale annuale.

Linda Greenhouse, vincitrice di un premio Pulitzer nel 1998, ed esperta di Corte Suprema, in un articolo sul New York Times ha scritto: "Il 13° emendamento, adottato dopo la guerra civile, proibisce sia la schiavitù che la "servitù involontaria". Che cos'è costringere una donna a portare a termine una gravidanza se non servitù involontaria?". Speriamo che i giudici della Corte Suprema riflettano bene almeno su queste obiezioni prima di decidere.