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L'instabilità senza crisi

Le possibili mosse di Conte e Salvini dopo referendum e amministrative
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Giorni fa l'economista Daniel Gros, che in un certo senso è la "voce" dell'Unione europea, ricordava in un'intervista alla Stampa quello che a Bruxelles ci si attende dall'Italia: una maggiore decisione nel programma delle riforme, fondamentali per un Paese schiacciato dal debito e oggi esposto all'inflazione e ai noti problemi energetici. Ma forse l'osservazione più pertinente di Gros è la seguente: le riforme sono tali non quando sono annunciate e nemmeno quando hanno appena avuto il "sì" del Parlamento, bensì quando sono pienamente realizzate e dunque sono entrate nella vita quotidiana dei cittadini, vale a dire hanno cominciato a trasformarla (in meglio, si spera). Il tema è destinato a occupare il centro del palcoscenico politico nei prossimi mesi, con esiti su cui è inevitabile un certo pessimismo. La contraddizione è evidente. Da un lato le riforme restano indispensabili, specie …

Giorni fa l'economista Daniel Gros, che in un certo senso è la "voce" dell'Unione europea, ricordava in un'intervista alla Stampa quello che a Bruxelles ci si attende dall'Italia: una maggiore decisione nel programma delle riforme, fondamentali per un Paese schiacciato dal debito e oggi esposto all'inflazione e ai noti problemi energetici. Ma forse l'osservazione più pertinente di Gros è la seguente: le riforme sono tali non quando sono annunciate e nemmeno quando hanno appena avuto il "sì" del Parlamento, bensì quando sono pienamente realizzate e dunque sono entrate nella vita quotidiana dei cittadini, vale a dire hanno cominciato a trasformarla (in meglio, si spera). Il tema è destinato a occupare il centro del palcoscenico politico nei prossimi mesi, con esiti su cui è inevitabile un certo pessimismo. La contraddizione è evidente. Da un lato le riforme restano indispensabili, specie nel loro nesso con i fondi del Pnrr; dall'altro il presidente del Consiglio Draghi si trova ad affrontare l'ultimo spicchio della legislatura con una maggioranza tanto formalmente ampia quanto tendente alla paralisi a causa dei contrasti interni.


È vero che una crisi di governo non si apre sull'onda di una sconfitta. Per cui i due usciti tartassati dalle urne, Salvini e Conte, non sono in grado di spezzare il filo dell'esecutivo, a meno di non volersi concedere alla definitiva eclissi. Tuttavia entrambi sono sui carboni ardenti, votati a una crescente turbolenza: sia per rimandare la resa dei conti nei rispettivi partiti, sia per trovare giustificazioni alla disfatta. Non stupisce perciò che la più immediata di tali giustificazioni sia identica per l'uno e l'altro: "Paghiamo un prezzo alla scelta di sostenere il governo Draghi". Lo dicono quasi con le stesse parole sia Conte sia Salvini.


Non è - come si è detto - un preannuncio di crisi, ma è un'insidia persino peggiore: la promessa di un'instabilità permanente. Sia la Lega sia i 5S contiani dovranno dimostrare a se stessi che si può stare nel governo e al tempo stesso soddisfare l'elettorato deluso. Un tempo si usava dire "essere di lotta e di governo": la frase è abusata, anche perché non è chiaro quali siano le idee innovative o anche solo dirompenti che Salvini e Conte vorrebbero introdurre nell'azione dell'esecutivo. Di idee ce ne sarebbero, magari in una chiave liberale, ma nessuno dei due personaggi si è mai segnalato per l'impronta liberal-democratica della propria attività politica. Il primo, Salvini, ha solo bisogno di tacitare gli scontenti e contestare la nascente leadership di Giorgia Meloni nell'area della destra. Il secondo, Conte, fatica ad ammettere di essere ormai ininfluente nelle scelte dell'alleato un tempo paritario, il Pd; e ancor più rifiuta il ruolo di stabilizzatore del governo Draghi che il partito di Letta si è assegnato.


In base alla logica, Conte dovrebbe uscire dal governo, così da trasformare la cosiddetta "fase 2", finora del tutto vaga, in una nuova avventura all'opposizione. Magari federando i gruppi sparsi della sinistra più o meno radicale, nel solco di ciò che Mélenchon ha fatto in Francia. Tra l'altro il relativo successo di queste liste, previsto nel secondo turno di domenica, darebbe un po' di slancio mediatico alla versione italiana. Ma difficilmente accadrà. Il frenetico immobilismo degli sconfitti del 12 giugno rischia di risolversi in una piccola guerriglia anti-governo. Senza sbocchi, ma paralizzante.