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Lega e 5S tentati dalla fuga

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Salvini ha già rispolverato il repertorio anti-Ue per rincorrere Meloni, e Conte minaccia di lasciare il governo
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La destra ha una nuova padrona, si chiama Giorgia Meloni e sarà lei - se la coalizione vincerà le elezioni del 2023 - ad andare a Palazzo Chigi. L'unico che non sembra ancora aver preso atto di questa lampante verità è Matteo Salvini, sempre meno lucido a ogni nuovo colpo ricevuto, posto che anche quando urne e consenso erano dalla sua parte la lucidità non sembrava essere comunque la sua dote migliore, chiedere referenze al lido Papeete.


I primi indizi dopo il rovescio alle amministrative - funestate per Salvini dal sorpasso di Fratelli d'Italia, dall'emorragia di voti al Nord e dalla definitiva archiviazione del progetto Sud dove la Lega viaggia ormai a percentuali da cespuglio - dicono che l'ex ministro dell'Interno vuole …

La destra ha una nuova padrona, si chiama Giorgia Meloni e sarà lei - se la coalizione vincerà le elezioni del 2023 - ad andare a Palazzo Chigi. L'unico che non sembra ancora aver preso atto di questa lampante verità è Matteo Salvini, sempre meno lucido a ogni nuovo colpo ricevuto, posto che anche quando urne e consenso erano dalla sua parte la lucidità non sembrava essere comunque la sua dote migliore, chiedere referenze al lido Papeete.


I primi indizi dopo il rovescio alle amministrative - funestate per Salvini dal sorpasso di Fratelli d'Italia, dall'emorragia di voti al Nord e dalla definitiva archiviazione del progetto Sud dove la Lega viaggia ormai a percentuali da cespuglio - dicono che l'ex ministro dell'Interno vuole accentuare la distanza dal governo Draghi. Se fino a strappare e a uscire dalla maggioranza, si vedrà. Curioso che anche in questa sua reazione d'istinto finisca per fare esattamente ciò che gli chiede Meloni, lesta dopo lo spoglio a invitare il resto del centrodestra a salutare il governo di unità nazionale per aggregarsi a lei. Per subordinarsi a lei. Nella strategia suicida di Salvini manca in effetti solo questo passaggio, passare all'opposizione prima delle Politiche, così da disperdere anche l'investimento della partecipazione all'operazione Draghi, arrivando al voto da copia sbiadita della leader di FdI, che all'opposizione c'è stata dal primo minuto e può ora lucrarne i vantaggi.


Salvini ha già rispolverato il repertorio anti-Ue nel disperato tentativo di trovare un terreno sul quale connotarsi ora che anche i temi della guerra sono scivolosissimi per lui dopo la grottesca vicenda della fallita missione a Mosca, lui e l'ineffabile consulente Capuano, pagata con i rubli dell'ambasciata russa in Italia. L'effetto più probabile di questo stallo è che nella destra italiana riparta una rincorsa populista, con Salvini a inseguire vanamente Meloni, e l'inutile ruolo di Forza Italia nelle vesti di portatore d'acqua ai partiti sovranisti. Rincorsa doppiamente inutile dato che sul tema della guerra, e sui numerosi dossier che ne discendono, Meloni ha già preso l'unica posizione sensata per un partito di destra con ambizioni di governo, lasciando anche in questo caso a Salvini il ruolo del contestatore, condiviso in questo caso con Giuseppe Conte che a sua volta è uscito dal voto evocando scenari di fuga del M5S dalla maggioranza. Situazione paradossale: la destra che sta al governo è agitata da un leader anti-sistema, la destra che sta all'opposizione e sbraita contro il sistema ha scelto la linea responsabile sul tema più delicato. Risultato, Meloni incassa da due fronti, Salvini da nessuno.


È chiaro che se nella Lega non si è ancora aperta ufficialmente la questione del cambio di leadership è solo perché in questo momento manca un credibile sostituto e anche perché, forse, nessuno dei possibili nuovi capi del partito ha voglia di farsi carico di una situazione così compromessa a pochi mesi dalle elezioni, con il rischio concreto di dover pagare in prima persona il conto di tutti gli errori commessi fin qui.
La Lega ha a questo punto due strade. Una è assecondare la confusione espressa da Salvini e acconciarsi a provare a vincere le elezioni al traino di Meloni. Può funzionare elettoralmente - la destra, a differenza del "campo largo" Pd, non ha il problema di sommare gli elettori delle sue diverse componenti - ma è la premessa di una stagione di vassallaggio della fu Lega antifascista di Bossi ai post missini, oltre che di un'altra stagione di governi malfermi e improbabili.


La seconda è ricordarsi delle ragioni che l'hanno spinta a entrare al governo e provare a ragionare su schemi diversi, magari favorendoli con una nuova legge elettorale. Servirebbero però lucidità, la merce più rara in questa Lega, e sicuramente una guida diversa dal ticket filorusso Salvini-Capuano.