La prova dell'Unione
di Paolo Garimberti , di Paolo GarimbertiTrent'anni fa, era la fine di giugno del 1992, François Mitterrand, al termine di un vertice europeo a Lisbona, volò in Bosnia per una visita solitaria a Sarajevo assediata dalle milizie serbo-bosniache. Il presidente francese aveva deciso in grande segreto, senza neppure dirlo al suo fidato ministro degli Esteri, dopo aver ricevuto un disperato messaggio del presidente bosniaco Alija Izetbegovic, recapitato all'Eliseo da Bernard-Henry Lévy: "Dica al suo presidente che il popolo di Sarajevo è allo stremo. Non abbiamo più viveri, né armi, né speranza". Mitterrand scelse quel gesto plateale per la frustrazione di fronte all'impotenza dell'Europa, incapace, nel vertice di Lisbona, di andare oltre un documento rituale sulla tragedia di Sarajevo: "Senza una politica estera e un esercito comuni l'Unione europea non conterà mai nulla", disse.
Trent'anni fa, era la fine di giugno del 1992, François Mitterrand, al termine di un vertice europeo a Lisbona, volò in Bosnia per una visita solitaria a Sarajevo assediata dalle milizie serbo-bosniache. Il presidente francese aveva deciso in grande segreto, senza neppure dirlo al suo fidato ministro degli Esteri, dopo aver ricevuto un disperato messaggio del presidente bosniaco Alija Izetbegovic, recapitato all'Eliseo da Bernard-Henry Lévy: "Dica al suo presidente che il popolo di Sarajevo è allo stremo. Non abbiamo più viveri, né armi, né speranza". Mitterrand scelse quel gesto plateale per la frustrazione di fronte all'impotenza dell'Europa, incapace, nel vertice di Lisbona, di andare oltre un documento rituale sulla tragedia di Sarajevo: "Senza una politica estera e un esercito comuni l'Unione europea non conterà mai nulla", disse.
È inevitabile andare con la memoria a quel viaggio solitario e disperato di Mitterrand nel giorno in cui i leader dei tre maggiori Paesi europei (dopo l'uscita di Londra per Brexit) compiono una spettacolare visita a Kiev, dopo undici ore di treno notturno, per portare solidarietà e sostegno all'Ucraina invasa dalle milizie russe. Anche quella balcanica era una guerra nel cuore dell'Europa, ma suscitò meno emozioni nei popoli e nei governi europei, nonostante i suoi undicimila morti, perché fu considerata un'anomalia che non si sarebbe più ripetuta nel Vecchio Continente. E, invece, anche Kiev è stata attaccata e bombardata dagli obici russi e la guerra in Ucraina, tra quella strisciante avviata nel Donbass dopo l'annessione della Crimea e quella aperta cominciata il 24 febbraio, ha fatto più vittime dei conflitti balcanici.
Tra il pellegrinaggio individuale di Mitterrand a Sarajevo e quello collegiale di Draghi, Macron e Scholz a Kiev ci sono analogie, ma anche un'enorme differenza. Ancora oggi l'Europa non ha un esercito e, di conseguenza, fatica enormemente ad avere una politica estera e di sicurezza comune, nonostante il ruolo di Alto rappresentante sia in cima all'organigramma della Commissione. Ma, a differenza di trent'anni fa, quando il gesto di Mitterrand fu accolto con diffidenza e addirittura irrispettosa ironia dal ministro degli Esteri britannico Douglas Hurd ("il gesto coraggioso di un anziano presidente"), questa volta la visita del trio europeo è stata una plateale manifestazione di compattezza dell'Europa, che le volgari ironie dell'ex presidente fantoccio Medvedev sui "mangiatori di rane, salsicce e spaghetti", e le vendette energetiche di Gazprom contro Germania e Italia finiscono per esaltare, anziché sminuire. La fotografia dei tre in tenuta casual, che parlano tra loro nel vagone del treno notturno, resterà nella Storia. E certamente è stata un contraccolpo molto forte per la propaganda del Cremlino (e anche per i putiniani d'Italia). Così come, per la narrativa di questo conflitto, è alto il valore simbolico della conferenza stampa finale in un giardino fiorito e curatissimo, dopo tante immagini di devastazioni arrivate dalle città martiri dell'Ucraina: un segnale (come quelle della spiaggia di Odessa) che l'Ucraina non rinuncia a vivere una normalità quotidiana anche nell'ora più buia della sua storia. Sono sintomi di resilienza che diventano messaggi politici, soprattutto a Mosca, dove prevale invece una narrativa cupa e guerresca.
Draghi incontra Zelensky a Kiev: "L'Italia vuole l'Ucraina nell'Unione europea"
Al di là delle immagini e dei simboli resta da valutare quale sarà il prodotto politico-militare di questa visita tripartita. Certamente la candidatura dell'Ucraina all'Unione europea ne esce rafforzata, anche se ci sono diversi gradi di calore nel sostegno di Draghi (altissimo), Macron (medio), Scholz (medio-basso). Il processo è lungo e Kiev lo sa. Ma conta che sia avviato al più presto perché dà comunque uno status e un senso di appartenenza.
Quello che resta, invece, molto nebuloso è il punto di caduta per l'avvio di un eventuale negoziato, di cui ha spesso parlato Macron alla vigilia del viaggio. Gli ucraini avevano messo le mani avanti prima della visita dei tre europei a Kiev per il timore di essere spinti verso un tavolo negoziale in condizioni a loro non gradite: un copia-incolla di Minsk, come hanno fatto capire. Draghi è stato netto nel dire che sarà l'Ucraina a dire quando e come vorrà trattare un armistizio (di pace sembra prematuro parlarne al momento). Zelenski ha detto qualche tempo fa che un ritorno alla situazione territoriale prima del 24 febbraio sarebbe una vittoria importante per l'Ucraina, ancorché non quella definitiva. Può essere quello il punto di caduta per la Russia, che prima della guerra controllava un terzo del Donbass e ora ha il controllo di quasi tutta la regione?
Forse non giovano agli sforzi delle diplomazie le parole del segretario della Nato Stoltenberg, il quale ha annunciato che Zelensky è stato invitato al vertice Nato di fine mese a Madrid. La neutralità dell'Ucraina è sempre stato uno dei punti fermi degli scenari geopolitici futuri. L'annuncio di Stoltenberg rischia di dare ragione a chi ha detto, per usare le parole del Papa, che la Nato ha "abbaiato" alla Russia. Anche se, in realtà, è stata la Russia che ha abbaiato ai suoi vicini, ex sudditi di Mosca, tanto da indurli ad aderire alla Nato. Come avrebbe detto Enrico Berlinguer, ai tempi dell'Urss, perché si sentivano più sicuri di qua che di là.