Ma la scienza non predice il futuro
di Roberto Burioni , di Roberto BurioniStiamo vivendo tempi molto difficili dal punto di vista emotivo: dal marzo del 2020 la nostra salute è stata minacciata in una maniera senza precedenti da un nuovo agente infettivo e di colpo la virologia, l'epidemiologia, l'immunologia e più in generale la scienza hanno acquisito un'importanza estrema perché dal loro responso dipendeva, letteralmente, la nostra vita e la qualità dei nostri giorni.
Però la scienza è metodo, osservazione di dati, rigorosa significatività statistica: in altre parole cose per nulla semplici che richiedono tempo. Se oggi - per esempio - descriviamo una nuova variante la notizia apparirà immediatamente ma per capire la pericolosità del nuovo virus ci vorranno almeno alcune settimane. Comprensibilmente la gente, che vede il proprio futuro, i propri interessi e soprattutto la salute propria e dei propri cari messa in pericolo vorrebbe avere subito maggiori informazioni, ma queste inf…
Stiamo vivendo tempi molto difficili dal punto di vista emotivo: dal marzo del 2020 la nostra salute è stata minacciata in una maniera senza precedenti da un nuovo agente infettivo e di colpo la virologia, l'epidemiologia, l'immunologia e più in generale la scienza hanno acquisito un'importanza estrema perché dal loro responso dipendeva, letteralmente, la nostra vita e la qualità dei nostri giorni.
Però la scienza è metodo, osservazione di dati, rigorosa significatività statistica: in altre parole cose per nulla semplici che richiedono tempo. Se oggi - per esempio - descriviamo una nuova variante la notizia apparirà immediatamente ma per capire la pericolosità del nuovo virus ci vorranno almeno alcune settimane. Comprensibilmente la gente, che vede il proprio futuro, i propri interessi e soprattutto la salute propria e dei propri cari messa in pericolo vorrebbe avere subito maggiori informazioni, ma queste informazioni subito non ci sono. Il massimo che si può fare è una previsione ragionata, ma anche la più ragionata delle previsioni, in una situazione completamente nuova come quella in cui ci troviamo, può risultare completamente sbagliata.
Un caso esemplificativo è quello che è successo qualche mese fa quando è stato segnalato nel Regno Unito un apparente eccesso di casi di epatite molto gravi - alcuni tanto gravi da richiedere il trapianto - in bambini. Gli elementi per provocare panico c'erano tutti: la malattia gravissima, la causa sconosciuta, il rischio notevole per i più piccoli. Sono cominciati i titoloni nei giornali e allo stesso tempo le ipotesi.
È stato tirato in ballo un virus chiamato "adenovirus 41" (virus conosciuto da tanti anni, che mai ha causato epatite), molti hanno ipotizzato un legame con Covid-19 (legame ipotetico), per fortuna siccome nessuno dei bambini che si erano ammalati era vaccinato ci è stata risparmiata l'altrimenti inevitabile speculazione contro la vaccinazione dei soliti No-Vax. Alcuni hanno lanciato grida di allarme, altri hanno dato per sicura una causa che era tutta da dimostrare, altri ancora hanno pronosticato scenari terribili che hanno spaventato i genitori. Altri - e tra questi c'era chi vi scrive - vi hanno invece detto che era presto per trarre conclusioni e che bisognava fare quello che fanno i giocatori di biliardo davanti a un tiro particolarmente impegnativo: calma e gesso. Per capire cosa stava succedendo bisognava prima di tutto non farsi prendere da un panico ingiustificato e bisognava - questo è il "gesso" applicato sulla punta della stecca - continuare a osservare e a studiare con rigore il fenomeno. Non abbiamo ancora risposte definitive, ma nei giorni scorsi è uscito un articolo scientifico estremamente interessante che ha tentato di fare chiarezza su un punto fondamentale: questo aumento delle epatiti nei bambini c'è stato o no? Per dare una risposta a questa domanda dei ricercatori hanno paragonato quello che è successo nei bambini da zero a 9 anni negli Usa nel periodo ottobre 2021-marzo 2022 (il periodo delle epatiti in Regno Unito) con quello che è successo negli stessi mesi degli anni 2017, 2018 e 2019.
Il risultato è stato molto chiaro. Il numero di visite in pronto soccorso di bambini fino ai 9 anni è risultato invariato nel tempo, così come il numero dei ricoveri dovuti a epatiti. Non vi stupirà a questo punto sapere che anche il numero di trapianti di fegato in bambini sotto i 9 anni non è cambiato da un anno all'altro. I ricercatori sono anche andati a contare quante volte il famigerato adenovirus 41 era stato isolato: anche in questo caso, nessun aumento tra gli anni scorsi e il periodo più recente.
Insomma, la questione non è conclusa, ma questi dati sono molto tranquillizzanti e suggeriscono in maniera molto convincente che, quantomeno negli Usa, questo aumento di epatiti nei bambini non c'è stato. Certo, la situazione è lontana dall'essere chiarita in maniera definitiva e dobbiamo ovviamente continuare a osservare con attenzione l'andamento dei casi perché quello che non è successo negli Usa potrebbe essere successo altrove, ma questi dati ci permettono di tirare un sospiro di sollievo.
Detto questo, dovremmo trarre da questa esperienza un insegnamento molto importante. La scienza non ha tra i suoi compiti quello di predire il futuro. La scienza è osservazione rigorosa dei fenomeni, analisi puntuale dei dati, interpretazione il più possibile imparziale e attenta della realtà. Per fare tutto questo ci vuole del tempo. Dobbiamo accettare che non tutte le nostre domande possono avere una risposta immediata e precisa. Detto questo, la scelta è tra attendere risposte circostanziate e basate sui dati (come queste che vi ho appena esposto) oppure abbandonarsi a previsioni che come unico effetto certo hanno quello di garantire visibilità a chi le diffonde, e magari vi tolgono il sonno per la preoccupazione che i vostri bambini possano essere in pericolo a causa di una epidemia di epatite che non c'è.