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La mesta parabola del populismo

Di Maio dà l'addio al Movimento
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È presto per dire se in Italia sia giunta a compimento la parabola del fenomeno populista, ma certo le convulsioni di queste ore e la scissione parlamentare di Luigi Di Maio segnano uno dei momenti più bassi del Movimento partorito dalla mente visionaria di Gianroberto Casaleggio. Ad andarsene questa volta non è un gruppetto di dissidenti senza storia e senza nome, come accaduto all’inizio dell’esperienza Draghi, ma l’artefice della clamorosa vittoria del 2018, il capo politico che si prese sulle spalle il M5S in un momento di sbandamento — con Casaleggio scomparso e Grillo di fatto ritiratosi dalla scena — e seppe portarlo dal 25 al 33 per cento. Se ne va il mentore di Giuseppe Conte, quel Di Maio che, accettando il suggerimento del suo braccio destro Alfonso Bonafede, propose a Salvini uno sconosciuto professore di diritto privato a Firenze come l’uomo giusto per palazzo Chigi, trasformandolo in una notte da avvocato d’a…

È presto per dire se in Italia sia giunta a compimento la parabola del fenomeno populista, ma certo le convulsioni di queste ore e la scissione parlamentare di Luigi Di Maio segnano uno dei momenti più bassi del Movimento partorito dalla mente visionaria di Gianroberto Casaleggio. Ad andarsene questa volta non è un gruppetto di dissidenti senza storia e senza nome, come accaduto all’inizio dell’esperienza Draghi, ma l’artefice della clamorosa vittoria del 2018, il capo politico che si prese sulle spalle il M5S in un momento di sbandamento — con Casaleggio scomparso e Grillo di fatto ritiratosi dalla scena — e seppe portarlo dal 25 al 33 per cento. Se ne va il mentore di Giuseppe Conte, quel Di Maio che, accettando il suggerimento del suo braccio destro Alfonso Bonafede, propose a Salvini uno sconosciuto professore di diritto privato a Firenze come l’uomo giusto per palazzo Chigi, trasformandolo in una notte da avvocato d’affari in Avvocato del Popolo e messia del bi-populismo italiano. Viene a compimento un tragitto, va aggiunto, che con la politica non sembra avere molto a che fare. L’identità o la linea politica restano sullo sfondo, come ombre cinesi che mascherano una realtà più prosaica, fatta di timori per i propri destini personali. A dividere Di Maio e Conte non è una visione del futuro o una differente idea dell’Italia, della sua collocazione internazionale, delle sue alleanze. Non è il destino dell’Ucraina, il contenimento della Russia o l’appeasement con il dittatore di Mosca. Il problema è la tagliola del doppio mandato, con la consultazione degli iscritti in arrivo tra pochi giorni. Conte avrebbe chiesto (e ottenuto) il mandato di stabilire da solo, in qualità di leader, alcune limitate deroghe al divieto di ricandidatura per chi avesse già fatto due giri in Parlamento. Il piano era già pronto: per il reprobo Di Maio ci sarebbe stata una deroga, calata magnanimamente dall’alto, ma solo per lui. Tagliando fuori tutti gli altri e trasformandolo di fatto in prigioniero politico in un M5S che sarebbe diventato nient’altro che la lista Conte. A questo il ministro degli Esteri si è ribellato, non alla presunta deriva anti-atlantista del suo ormai ex partito. Che, per carità, ci sarà pure stata tra i gruppi che ancora annoverano Vito “Petrov” Petrocelli tra le loro fila, ma non è certo una novità di oggi.
Siamo così arrivati al paradosso dei paradossi. Con il leader della pochette, il moderato per antonomasia che sbuccia le mele con il coltello e la forchetta, trasformato in barricadero anti-Nato dalla propaganda dimaiana. E Di Maio, che fece la sua fortuna accanto al terzomondista Di Battista e con le sparate contro l’euro, che se ne va sbattendo la porta in nome dell’atlantismo. Contraddizioni che illuminano un vuoto, quello dell’identità politica grillina, “né destra né sinistra ma più in alto”, come dicevano un tempo. Che li ha portati, insieme Di Maio e Conte, a governare con il Salvini del 2018, quello del “prima gli italiani” e poi con il Pd di Zingaretti e Bettini, quello del “elettroshock dei bambini di Bibbiano”. Da amici di Trump a faro dei progressisti, in una girandola di opportunismi, capriole, parole in libertà, sotterfugi, colpi bassi reciproci, veline e veleni. Mentre si allargava ogni giorno di più il fossato tra i proclami e la realtà, di fronte allo sguardo prima attonito, poi deluso, infine soltanto tragicamente indifferente di quei 10 milioni e mezzo di elettori che avevano creduto nel messaggio di palingenesi totale dei “narodniki” grillini.


Arrivati a questo punto conta relativamente il futuro personale del notabilato che sceglierà oggi l’ala scissionista o quella contiana. Più interessante è capire come ne uscirà il governo Draghi e quali saranno le ricadute sull’alleanza di centrosinistra. Non c’è dubbio che, da ieri, per il premier la conduzione della maggioranza sarà un esercizio ancora più complicato. Lo si è visto del resto da quanto c’è voluto per arrivare a un testo condiviso sull’Ucraina, uno sforzo negoziale degno di miglior causa visto che, alla fine, non è cambiato quasi nulla. Se non una generica richiesta di un maggior coinvolgimento delle Camere. Ma per riuscire a scrivere quelle quattro righe non sono bastati un giorno e una notte. Con la scissione il M5S perde il pezzo più importante della squadra ministeriale e aumenta il suo distacco da Draghi. Si può star certi che, senza più il contrappeso politico dei dimaiani, ora Conte e i suoi si sentiranno ancora più liberi di smarcarsi ogni volta che se ne presenterà l’occasione. Non è un buon viatico per i difficili mesi che abbiamo di fronte.
L’altro problema ce l’ha in casa il povero Enrico Letta. Già era difficile trattare il campo largo con un solo Movimento Cinque Stelle, figuriamoci ora con due, entrambi incattiviti e armati l’uno contro l’altro. Impresa quasi impossibile. Quanto al resto della prospettiva dimaiana — dal rapporto immaginato con Beppe Sala alla costruzione di un centro moderato con Carfagna e Giorgetti — per ora è una chimera avvolta nella nebbia. Come diceva Matthew McConaughey nello strepitoso dialogo con Leonardo Di Caprio in Wolf of Wall Street: “È fugazi, è polvere di stelle, non esiste, non tocca terra, non è sulla tavola degli elementi”. Polvere di cinque stelle.