Sette tracce, sei ore di tempo, penna, vocabolario e foglio. Alle spalle tre anni di Covid, di cui almeno un paio in Dad, davanti a sé: l’estate, con la sua tiepida promessa di futuro. Se i ragazzi avevano “paura” del ritorno della prova di italiano era forse perché la parola scritta ci specchia, ci definisce e ci denuncia, anche. Per iscritto non si può barare, scrivere significa soprattutto operare delle scelte, e la prima è proprio quella della traccia da sviluppare. Non so se gli studenti le abbiano giudicate buone o cattive, ma sicuramente le avranno trovate “oneste”, nel senso che non hanno tradito quella implicita promessa che ha accompagnato la tanto contestata reintroduzione degli scritti: non vi si chiederà nulla che non sarete in grado di fare, fidatevi.
E così è stato. Le tracce di letteratura erano alla portata di tutti perché Pascoli e Verga sono da tempo nel toto-tema e perché …
Sette tracce, sei ore di tempo, penna, vocabolario e foglio. Alle spalle tre anni di Covid, di cui almeno un paio in Dad, davanti a sé: l’estate, con la sua tiepida promessa di futuro. Se i ragazzi avevano “paura” del ritorno della prova di italiano era forse perché la parola scritta ci specchia, ci definisce e ci denuncia, anche. Per iscritto non si può barare, scrivere significa soprattutto operare delle scelte, e la prima è proprio quella della traccia da sviluppare. Non so se gli studenti le abbiano giudicate buone o cattive, ma sicuramente le avranno trovate “oneste”, nel senso che non hanno tradito quella implicita promessa che ha accompagnato la tanto contestata reintroduzione degli scritti: non vi si chiederà nulla che non sarete in grado di fare, fidatevi.
E così è stato. Le tracce di letteratura erano alla portata di tutti perché Pascoli e Verga sono da tempo nel toto-tema e perché si collocano entrambi tra fine Ottocento e inizio Novecento: al riparo, cioè da possibili ritardi nello svolgimento dei programmi scolastici causati dalla Dad. Se avessi avuto diciott’anni anch’io, sarei stata tentata di analizzare la lirica di Pascoli, il cantore dell’infanzia perduta. Il testo scelto però non mi convince: è una poesia tratta da Myricae, la sua prima raccolta, ma non è tra le più note o le più emozionanti. Da una prima lettura emergono mucche al pascolo, una strada ferrata, dei pali irti che potrebbero essere quelli di un telegrafo e ululi di una locomotiva che somigliano a un “femminil lamento”.
Andiamo avanti, allora, passiamo a Verga. Il brano proposto per l’analisi è tratto da Nedda, un bozzetto verista in cui per la prima volta lo scrittore siciliano si occupa dei cosiddetti “vinti”, degli ultimi della terra, quelli a cui non è concesso il lieto fine. Nedda è una ragazzina scura e piccola che si innamora di Janu, concepisce con lui una figlia e la dà alla luce. Lui però non fa in tempo a conoscerla perché nel frattempo se ne muore, lasciando Nedda madre vedova e nella povertà più nera. Su Verga, certamente, si può spaziare, il testo si scrive da sé, basta mettere insieme qualcosa sul verismo, un bel po’ di riflessioni sulla poetica verghiana, qualche paragone intertestuale con i romanzi del “ciclo dei vinti” e qualche riferimento extratestuale a Capuana e De Roberto. Finito.
Anche chi ha osato uscire dalla comfort zone del programma di letteratura per affacciarsi sul testo argomentativo non sarà rimasto deluso: la traccia su Liliana Segre offre moltissimi spunti e permette di spaziare tra storia, attualità ed educazione civica. Segre che, intervistata da Gherardo Colombo, racconta un episodio doloroso della sua infanzia: l’espulsione a soli otto anni dalla scuola che frequentava a Milano per motivi razziali. Il tema è forte, l’episodio commovente. Segre parla non solo del dolore dell’esclusione ma anche del senso di colpa che lo accompagna e che rappresenta, per tutti gli emarginati, la condanna più grande. Per quelli che hanno scelto questa traccia, forse, il rischio potrebbe essere quello di mancare di originalità nelle argomentazioni e di rifugiarsi nel già detto.
Quella sulla musica è forse la più sorprendete e fuori dagli schemi, da maturanda avrei certamente scelto quella. Oliver Sacks, neurologo britannico, ci parla dell’inclinazione degli umani per la musica, la Musicofilia che dà il titolo al libro, segno distintivo dell’uomo rispetto alle altre specie viventi e, probabilmente, a quelle aliene. Lo spunto è talmente ampio che ci si può infilare di tutto, troppo forse e il pericolo di perdersi tra le possibili suggestioni.
La terza traccia argomentativa circoscrive il campo e propone uno stralcio del discorso pronunciato dal premio Nobel Giorgio Parisi sulla lotta ai cambiamenti climatici. Alcuni magari l’avranno scelto confidando sui temari nascosti nella cartucciera ma c’è anche da riconoscere che il climate change è un tema generazionale, realmente sentito dai ragazzi, molto loro.
Poi c’è il tema tradizionale, che oggi si chiama “testo espositivo-argomentativo”, anche qui si parte da una citazione ma lo svolgimento è a schema libero, in queste tracce ci si può arrischiare a dire “io” senza andare fuori tema. E dopo le esperienze che abbiamo vissuto negli ultimi anni dire “io” significa essere testimoni di qualcosa, essere “storici” del tempo presente. Non è dunque un “tema rifugio”, ma piuttosto un’opportunità di narrazione del proprio vissuto, un attraversamento necessario di esperienze che forse non sono state ancora metabolizzate dai ragazzi, come la pandemia e la chiusura nel mondo virtuale, e la scrittura è l’enzima della conoscenza.
Non so se siano tracce belle o bellissime, come le ha definite il ministro Bianchi, e, d’altra parte, più che la tematica nella scrittura sono importanti le parole che si scelgono e come si mettono in fila. L’ha detto in modo ineguagliabile Patrizia Cavalli in uno dei suoi versi più famosi: «Ma per favore con leggerezza/ raccontami ogni cosa/ anche la tua tristezza».