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Diritti, il problema è il patriarcato

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La testimonianza: "Il dibattito sull’accesso negli spazi women only per le donne transgender e sulla sua presunta pericolosità pare fuori dal tempo"
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Caro Direttore, figlia di operai, ho iniziato a vivere come donna nel 1998, avevo appena 19 anni e una maturità classica finalmente in tasca. Mi sono iscritta in università e ho portato avanti i miei studi con l'aspetto di una ragazza come tante. Quando mi sono laureata - nel 2007 - finalmente lo Stato italiano aveva rettificato i miei documenti, cambiando sia il nome, sia il sesso.

Avrei potuto vivere come una donna fra le tante e scomparire nell'anonimato, ma non l'ho fatto, perché il mio vissuto di persona transgender per me non è motivo di vergogna, né mai lo sarà, anzi. Ho scelto la strada dell'impegno pubblico per i diritti LGBT+, dichiarandomi donna transgender.

Monica Romano 
Oggi ho 43 anni, una buona professione e una vita migliore rispetto a quella dei miei genitori, ai quali devo moltissimo. Recentemente sono stata eletta…

Caro Direttore, figlia di operai, ho iniziato a vivere come donna nel 1998, avevo appena 19 anni e una maturità classica finalmente in tasca. Mi sono iscritta in università e ho portato avanti i miei studi con l'aspetto di una ragazza come tante. Quando mi sono laureata - nel 2007 - finalmente lo Stato italiano aveva rettificato i miei documenti, cambiando sia il nome, sia il sesso.

Avrei potuto vivere come una donna fra le tante e scomparire nell'anonimato, ma non l'ho fatto, perché il mio vissuto di persona transgender per me non è motivo di vergogna, né mai lo sarà, anzi. Ho scelto la strada dell'impegno pubblico per i diritti LGBT+, dichiarandomi donna transgender.

Monica Romano 
Oggi ho 43 anni, una buona professione e una vita migliore rispetto a quella dei miei genitori, ai quali devo moltissimo. Recentemente sono stata eletta consigliera comunale a Milano. Sono la prima donna transgender a ricoprire una carica pubblica nella storia della città, e per me questo è un grande onore.

Ho letto il dibattito sulle pagine di Repubblica sull'accesso negli spazi women only per le donne transgender e sulla sua presunta pericolosità.

Devo dire che questo dibattito - partendo da me, dalla mia personale esperienza, come il femminismo mi ha ben insegnato a fare - pare fuori dal tempo.

 

Il dibattito: l'identità di genere e il femminismo

Il dibattito sulla questione trans e gender che ha scosso in particolare i laburisti inglesi e le femministe è stato avviato sul nostro giornale da un articolo di Michela Marzano uscito lo scorso 10 giugno.

Accedo a spazi riservati alle donne - bagni, spogliatoi, piscine, saune - da almeno 25 anni, e nessun'altra donna ha mai posto problemi. E voglio dare una notizia, visto che siamo su Repubblica: come me, migliaia di donne transgender - l'Istituto Superiore di Sanità stima che le persone trans siano almeno 400 mila in Italia - fanno la stessa cosa ogni giorno.

Lancio questa provocazione soltanto perché credo che alcuni interventi in questo dibattito abbiano assunto una connotazione ideologica e distante dalla realtà che le donne transgender - che fortunatamente non vivono soltanto nelle carceri o nella marginalità sociale, ma anche nei posti di lavoro, nelle università e nelle scuole, nei luoghi culturali e ricreativi, insomma ovunque si svolga la vita di tutti gli altri - vivono quotidianamente.

Porto anch'io una testimonianza, come (bene) ha fatto Lilia Giugni: non ho mai agito violenze sessuali o molestie in vita mia, le ho invece subite. A 19 anni, quando avevo appena iniziato a vivere come ragazza, con il fidanzato sbagliato che capita a tante. Lì capii che c'era un grosso problema culturale con cui avrei avuto a che fare per il resto della mia vita. Durante gli studi universitari avrei imparato che il problema si chiama patriarcato. E potrei scrivere pagine intere parlando delle violenze sessuali che le donne transgender in Italia subiscono e che raccontano alle associazioni.

Questo ci dovrebbe portare a capire che donne transgender e donne cisgender sono entrambe oppresse dal patriarcato pubblico, e che quindi le loro lotte e i loro diritti non sono contrapposti. Semmai, dovremmo unire le forze, tutte.

Se sono riuscita a realizzarmi, lo devo a mia madre. E se mia madre - come tante madri di ragazze transgender che lottano con le figlie contro lo stigma sociale - se la donna che mi ha messo al mondo mi ha riconosciuta come donna ben prima che lo facesse lo Stato, io vivo sapendo di aver affermato me stessa. Le colleghe, le datrici di lavoro, le amiche mi hanno sempre riconosciuta come parte della comunità femminile senza battere ciglio e ben prima di questo dibattito. Anzi, mi hanno spesso sostenuta, e molto più degli uomini. Lo stesso si può dire per tante altre donne trans in Italia. Creare divisioni dove non ci sono a me pare pretestuoso e pericoloso. Non ne abbiamo bisogno.

L'autrice, attivista e scrittrice, è la prima transgender eletta al Consiglio comunale di Milano