Per il centrodestra è arrivato il momento di un brusco risveglio. È sempre pericoloso cullarsi nell’idea di avere già in mano il Paese, in quanto predestinati alla vittoria nelle elezioni della prossima primavera. Il voto di domenica ha detto che non è così. Certo, in precedenza c’erano stati i successi di Palermo e Genova. E anche ora il sentimento medio del Paese tende in maggioranza verso il centrodestra, come ricorda Roberto D’Alimonte. Ma poi? Solo un inguaribile testardo potrebbe credere che la strana alleanza Meloni-Salvini-Berlusconi non abbia bisogno di essere rifondata. Il che non vuol dire “smettere di litigare”, quasi si trattasse di una classe di ragazzini discoli. Anche questo, senza dubbio. Ma il problema riguarda la totale assenza di un progetto per il Paese, la pervicace rinuncia a esprimere una visione del futuro.
Può esistere nell’Italia di oggi una destra che non sia almeno in parte liber…
Per il centrodestra è arrivato il momento di un brusco risveglio. È sempre pericoloso cullarsi nell’idea di avere già in mano il Paese, in quanto predestinati alla vittoria nelle elezioni della prossima primavera. Il voto di domenica ha detto che non è così. Certo, in precedenza c’erano stati i successi di Palermo e Genova. E anche ora il sentimento medio del Paese tende in maggioranza verso il centrodestra, come ricorda Roberto D’Alimonte. Ma poi? Solo un inguaribile testardo potrebbe credere che la strana alleanza Meloni-Salvini-Berlusconi non abbia bisogno di essere rifondata. Il che non vuol dire “smettere di litigare”, quasi si trattasse di una classe di ragazzini discoli. Anche questo, senza dubbio. Ma il problema riguarda la totale assenza di un progetto per il Paese, la pervicace rinuncia a esprimere una visione del futuro.
Può esistere nell’Italia di oggi una destra che non sia almeno in parte liberale? Che non sappia parlare, se non per slogan, al mondo produttivo, alle professioni? Che non abbia un’idea innovativa del rapporto fra lo Stato e il cittadino, nel senso di alleggerire il primo a vantaggio dell’autonomia del secondo? Si dirà che questa critica è eccessiva perché in realtà il centrodestra sa quel che vuole, tanto è vero che i sondaggi lo collocano fra il 48 e il 50 per cento dei consensi, con Giorgia Meloni in testa. Ma si tratta di un’illusione, come le amministrative hanno dimostrato. Senza una leadership chiara e riconosciuta, senza un tema forte da offrire all’elettorato, e diciamo pure senza una classe politica credibile, i sondaggi equivalgono a una sottile droga: lì per lì danno un senso di euforia e la mattina dopo ci si sveglia con il mal di testa.
I capi della destra sono abili nei talk show e sui social, ma il loro messaggio è spesso superficiale e scarno. Al netto delle questioni cosiddette “identitarie” e legate ai rischi dell’immigrazione, c’è poco da ricordare. Per cui si arriva ai casi limite di Roma, nell’autunno scorso, e di Verona, domenica. Non sono così dissimili. Nella capitale la destra aveva gioco facile ed è riuscita a perdere avendo presentato il più improbabile dei candidati. A Verona tutti sanno come è andata, grazie a un giovane come Tommasi, un volto rassicurante che ha saputo, sì, giovarsi della spaccatura della destra, ma soprattutto è riuscito a indicare alla città i lati oscuri di un sistema di potere talmente ripiegato su se stesso, con punte di fanatismo ideologico, da autodistruggersi.
Dunque rifondare la destra vuol dire anche fare luce sugli angoli bui, non minimizzare come banale goliardia le manifestazioni di estremismo nostalgico. E vuol dire ispirarsi ai pensatori europei liberaldemocratici (Aron, Dahrendorf, oltre ai classici): coloro che vogliono rispondere alla crisi della democrazia con un’idea positiva dell’Europa, senza ricadere nel nazionalismo. Del resto, in tempi di guerra ai confini orientali dell’Unione, il primo passo di una destra di governo dovrebbe consistere nel ricercare la coerenza nella politica estera e militare. Il che non è. A questo punto denunciare l’astensione serve a poco. Se circa il 60 per cento è rimasto a casa e se stavolta la fuga dalle urne ha punito il centrodestra, è segno che i candidati di questa parte politica hanno fatto ben poco per mobilitare i cittadini. Anni di predominio, in particolare nelle città del Nord, hanno creato lo stagno della disaffezione. E l’indifferenza è persino peggiore dell’ostilità.