✕

Se il campo largo è un argine

Ascolta l'audio

Il segretario del Pd dovrà affrontare i tormenti dei 5Stelle, il nuovo corso di Di Maio e le indecisioni di Calenda
2 minuti di lettura

L’aspetto surreale del dopo amministrative è che, grazie agli ottimi risultati dei ballottaggi, il segretario del Partito democratico Enrico Letta è attorniato di consiglieri non sempre lucidissimi ma decisi a spiegargli qual è la lezione che si ricava dal voto dei Comuni. Ognuno convinto di potergli fornire la ricetta che renderà vincente la coalizione alle Politiche del 2023: più centro ovvero meno centro, più sinistra, meno sinistra, grillini sì, grillino no, dentro i sindaci, dentro i civici, dentro tutti ma anche il contrario. La notizia buona, per Letta, è che gli argomenti di questi consiglieri sono spesso parziali e facilmente confutabili: ciascuno di loro si aggrappa al risultato di una o due città che dimostrerebbe la propria tesi, ignorando i risultati delle altre che la confutano. La notizia cattiva, sempre per Letta, è che questi consiglieri così impegnati a battibeccare sugli esiti elettor…

L’aspetto surreale del dopo amministrative è che, grazie agli ottimi risultati dei ballottaggi, il segretario del Partito democratico Enrico Letta è attorniato di consiglieri non sempre lucidissimi ma decisi a spiegargli qual è la lezione che si ricava dal voto dei Comuni. Ognuno convinto di potergli fornire la ricetta che renderà vincente la coalizione alle Politiche del 2023: più centro ovvero meno centro, più sinistra, meno sinistra, grillini sì, grillino no, dentro i sindaci, dentro i civici, dentro tutti ma anche il contrario. La notizia buona, per Letta, è che gli argomenti di questi consiglieri sono spesso parziali e facilmente confutabili: ciascuno di loro si aggrappa al risultato di una o due città che dimostrerebbe la propria tesi, ignorando i risultati delle altre che la confutano. La notizia cattiva, sempre per Letta, è che questi consiglieri così impegnati a battibeccare sugli esiti elettorali sono proprio i leader dei partiti potenziali alleati nel cosiddetto campo largo del nuovo centrosinistra, cioè gli stessi in associazione ai quali Letta dovrebbe provare a battere Meloni e Salvini, citati in ordine di importanza, quando più conta e dove più sarà difficile, appunto alle elezioni nazionali dell’anno prossimo.


Ecco dunque i tormenti dell’antigovernativo Conte, il cui M5S esce dalle urne locali evanescente come una risoluzione fantasma, le evoluzioni del riluttante Calenda, deciso ad andare da solo al voto se il Pd non scaricherà i 5S, le esplorazioni del neo-civico Di Maio e dell’ambizioso Sala, i paletti dell’anticentrista Fratoianni fino alle triple (nel senso del vecchio Totocalcio) dell’ubiquo Renzi che in questa tornata ha schierato il suo partito un po’ ovunque: con il centrosinistra e con il centrodestra, in solitaria, corsa con simbolo e senza simbolo, un ballottaggio di qua e uno di là, a Verona non era addirittura né di qua né di là, stava con Tosi, accoppiamento che non ha impedito ad alcuni esponenti di Italia viva di esultare con una certa spudoratezza per il successo di Damiano Tommasi.
Se Letta non fosse Letta, cioè un leader sempre molto costruttivo e talvolta fin troppo paziente, potrebbe a buon diritto rivendicare di aver vinto in molti Comuni nonostante i suoi litigiosi alleati anziché grazie a loro.
Ma se Letta fosse Letta, cioè un leader che nella propria carriera ha imparato a proprie spese dove porti galleggiare sui problemi piuttosto che affrontarli, dovrebbe anche riconoscere che sarà un’impresa notevole presentare agli elettori questa comitiva, sempre ammesso che riesca a radunarla, come una coalizione credibile per il governo del Paese. Al di là dei veti incrociati, che alla fine probabilmente si risolveranno con l’autoesclusione di alcune forze, il problema è la latitanza di un vero progetto di programma comune, aggravata dai dissensi su una questione centrale come la guerra in Ucraina tra le due forze in teoria trainanti dell’alleanza, Pd e M5S. Nelle città ci sono i sindaci a garantire su direzione e programma, quando si voterà per il governo sarà tutt’altra storia.


Al momento l’unico modo di dare un senso a questo “campo” più o meno largo è presentarlo come “argine alle destre”. L’esperienza insegna che può funzionare con un pezzo di elettorato, il buon senso e l’onestà intellettuale suggeriscono che difficilmente la formula porterà lontano, persino se il responso delle urne dovesse essere favorevole. Cosa della quale è lecito dubitare, sia perché la storia elettorale degli ultimi trent’anni è ricca di casi in cui l’esito di una tornata amministrativa di fine legislatura è stato totalmente contraddetto dalle successive Politiche, sia perché dall’altra parte, nel centrodestra, hanno analoghi problemi di litigiosità e un elettorato magari più pigro – non serve ricordare che l’affluenza media è stata domenica inferiore al 40 per cento – ma certo meno balcanizzato: se alle Politiche nel collegio di Verona sarà paracadutato il candidato di una delle forze del “campo”, secondo la logica spartitoria del maggioritario all’italiana, il risultato non sarà quello di Tommasi, questo è certo. Vale a Verona e in molti degli altri comuni dove domenica sera hanno festeggiato sindaci di centrosinistra.
Letta ha meno di un anno per ripetere il miracolo Verona. Già di suo non sarà facile, in più dovrà resistere sia ai consigli interessati sia alla tentazione di sostenere che la via giusta è già stata imboccata.