L'impunità di Stato in Francia e l'umiliazione dell'Italia
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniIl no di Parigi alle estradizioni dei dieci ex terroristi condannati per i morti degli Anni di piombo
C'è qualcosa di disturbante e avvilente nella decisione, e nel pregiudizio che l'ha ispirata, con cui, ieri, la Chambre d'Instruction di Parigi ha respinto in blocco le richieste di estradizione di dieci ex appartenenti alle sigle del terrorismo italiano degli Anni di Piombo.
Disturba innanzitutto l'impunità che questa pronuncia assicura ai responsabili di gravi fatti di sangue. Un'impunità che non solo non aiuterà a rimarginare le ferite di quella stagione della nostra Storia, ma che continuerà a ostacolare la costruzione di memoria su una verità finalmente piena e condivisa. Una impunità tanto più odiosa perché a beneficiarne sarà chi, per trent'anni,…
C'è qualcosa di disturbante e avvilente nella decisione, e nel pregiudizio che l'ha ispirata, con cui, ieri, la Chambre d'Instruction di Parigi ha respinto in blocco le richieste di estradizione di dieci ex appartenenti alle sigle del terrorismo italiano degli Anni di Piombo.
Disturba innanzitutto l'impunità che questa pronuncia assicura ai responsabili di gravi fatti di sangue. Un'impunità che non solo non aiuterà a rimarginare le ferite di quella stagione della nostra Storia, ma che continuerà a ostacolare la costruzione di memoria su una verità finalmente piena e condivisa. Una impunità tanto più odiosa perché a beneficiarne sarà chi, per trent'anni, si è fatto scudo non della prova evidente di una qualche persecuzione o errore giudiziario di cui sarebbe stato vittima innocente. Ma di un Paese, la Francia, di una parte della sua intellighenzia e del suo sistema di relazioni, per il quale la natura politica del movente dei reati che sconvolsero la vita politica del nostro Paese nella coda del Novecento è stata considerata non un'aggravante, ma un'esimente. Fino al punto di torcere (come accaduto con la presidenza Sarkozy), snaturandone il senso, la cosiddetta dottrina Mitterand. Che non avrebbe dovuto assicurare alcun "asilo politico" de facto, come invece è accaduto, a chi non avesse rinunciato alla lotta armata, a chi avesse commesso fatti di sangue o fosse stato condannato in via definitiva.
Ma quel che è peggio, disturba l'argomento impugnato dalla corte francese per affermare questa impunità. Il richiamo, cioè, a due articoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che la giustizia italiana avrebbe asseritamente violato nel tempo nei confronti dei dieci imputati in questo giudizio: l'articolo 6 e l'articolo 8. Due norme che fissano i principi del giusto processo (articolo 6) e del limite che la pretesa punitiva di uno Stato incontra di fronte all'inalienabile diritto dell'individuo alla cosiddetta sfera e radicamento esistenziali (articolo 8). Sono due censure umilianti per chi le riceve - l'Italia - ma, a ben vedere, innanzitutto per chi le muove, la Chambre d'Instruction. Perché figlie di una radicata narrativa che vorrebbe consegnare in toto la stagione giudiziaria degli anni '70, '80 e '90 del secolo scorso nel nostro Paese alla caricatura di un emergenzialismo che, in nome dello stato di eccezione, avrebbe fatto strame dei diritti degli imputati. A cominciare dal ricorso del giudizio in absentia, in contumacia, trasformato in feticcio, drappo rosso, della violazione di tutti i principi del giusto processo. Una narrativa che, in Francia, si è fatta nel tempo pregiudizio e che, vale la pena ricordarlo, ha avuto il suo più arrogante alfiere in Cesare Battisti, l'assassino dei "Proletari armati per il comunismo" reo confesso per i reati da lui commessi e giudicati in contumacia solo dopo l'arresto e l'estradizione dalla Bolivia. Una narrativa, va aggiunto, quella del giudizio in contumacia, per giunta rigettata proprio nel caso Battisti e proprio dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, l'organo di giustizia custode di quella Carta fondamentale che l'Italia avrebbe violato.
Non è purtroppo vero, dunque, come chiosano le difese degli ex terroristi, che con questa decisione "prevale il diritto sulla ragione di Stato". Quella che aveva convinto Macron a dare corso agli arresti dei latitanti di cui l'Italia reclamava l'estradizione. È vero, piuttosto, il contrario. Nella pronuncia della Chambre d'Instruction di Parigi si avverte infatti la volontà di piegare il diritto a una forma di populismo penale molto familiare all'orecchio di una parte dell'elettorato francese, lo stesso che ha gonfiato le vele di Melenchon. Quello che, nello stesso giorno e con diabolica coincidenza, si dimostra garantista fino al paradosso nei confronti degli ex terroristi italiani figli del novecento e delle sue ideologie. E, contemporaneamente, sostanzialista fino al midollo nel giudizio che, proprio ieri, ha visto applicato con estrema severità l'intero armamentario degli istituti processuali e del diritto penale antiterrorismo nei confronti di Salah Abdeslam e della sua association de malfaiteurs terroriste responsabile per le stragi islamiste del novembre 2015 a Parigi.
Succede quando la giustizia cammina su gambe malferme.