Le parole usate da Draghi per annunciare le dimissioni sono nette, ma non abbastanza per celare l’ira repressa. “La maggioranza di unità nazionale non esiste più. È venuto meno il patto di fiducia”.
Quell’intesa larga voluta da Mattarella nel febbraio ’21 si è dissolta sotto l’urto delle frustrazioni dei 5S, cui si è aggiunta la minaccia di Salvini di avviare un’offensiva in settembre, giusto in tempo per la legge di bilancio. Così, nel momento peggiore per il paese, cade il governo guidato da una figura autorevole e rispettata nel mondo. Cade per quella che nei libri di storia sarà ricordata come “la crisi dell’inceneritore” (che poi sarebbe un termovalorizzatore, quello previsto a Roma): ossia il pretesto invocato da Conte per gettare il paese nell’incertezza assoluta. L’avvocato grillino ha tentato di cavalcare la tigre, ma con poca astuzia. L’idea, come tutti hanno capito, era di destabilizzare il governo, ritagliarsi una rendita di posizione attraverso atti di guerriglia parlamentare e non pagare mai dazio, cioè senza assumersi la responsabilità di un passaggio esplicito all’opposizione.
Alla fine le vittime di queste manovre maldestre sono proprio i Cinque Stelle e il loro incauto leader. Draghi ha tagliato corto, in base al principio che la stabilità è un eccellente principio, fintanto che non diventa lo stagno delle sabbie mobili. Possiamo immaginare le preoccupazioni che in queste ore percorrono le varie capitali, al di qua e al di là dell’Atlantico. E le pressioni che ne derivano. Draghi costituisce un punto di equilibrio nell’Unione e nell’Alleanza Atlantica a cui nessuno rinuncia a cuor leggero. E sotto questo aspetto le dimissioni di ieri rappresentano l’estremo tentativo di recuperare una stabilità effettiva e non fittizia: una stabilità che non diventi lo schermo protettivo per ambizioni e manovre non sempre trasparenti. Come può accadere? Mattarella, facendo ricorso alle sue prerogative, non ha accolto le dimissioni del premier, peraltro mai sfiduciato in Parlamento, e lo ha mandato alle Camere a verificare se la maggioranza di unità nazionale è ancora possibile. Quella maggioranza e non un’altra.
Il capo dello Stato ci sta dicendo che considera Draghi quasi insostituibile. Per cui al momento non c’è una soluzione di ricambio che non passi attraverso il voto anticipato, prospettiva che Mattarella tuttavia esita a considerare. Adesso la parola torna al presidente del Consiglio. Se il suo intervento di mercoledì prossimo rispecchierà il tono severo della nota con cui ha informato i ministri dell’intenzione di dimettersi, c’è da credere che non sarà facile per i 5S tornare a votargli la fiducia. Forse lo faranno, per il timore delle elezioni, ma dovrà essere chiaro — nelle presumibili intenzioni del premier — che Conte esce dalla vicenda come sconfitto e non come mezzo vincitore. Il che converrebbe anche al Pd di Letta, che non può essere contento di assistere a una rapida ripresa delle ostilità “grilline” contro Palazzo Chigi. Quanto al centrodestra, è certo che la crisi offre un buon margine di manovra a Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni. La legislatura è comunque in via di esaurimento e loro si vedono già titolari della maggioranza nel nuovo Parlamento. Eppure Draghi ha in mano le carte per giocare una partita difficile ma interessante, forse in grado di rendere più tortuoso il cammino delle destre verso il potere. Dipende da come uscirà dal dibattito parlamentare.