Parlare di “vincolo esterno” apre un dibattito. Negli anni, è stato vissuto con maggiore o minore insofferenza dalle nostre forze politiche. A tratti ritenuto un’imposizione indebita, talvolta considerato utile a favorire comportamenti virtuosi più difficili da attuare a livello nazionale, spesso accettato pragmaticamente come inevitabile. Ha riguardato per lo più prescrizioni e adempimenti derivanti dalla nostra appartenenza all’Unione Europea, riflettendo opinioni differenti sulle modalità più idonee per l’Italia di farne parte. Più recentemente, ha assunto di nuovo anche una connotazione geopolitica accentuata dall’aggressione russa all’Ucraina, finendo per far anteporre le esigenze della solidarietà occidentale alle convenienze individuali: un vincolo che mal sopporterebbe improvvisazioni nella presente contingenza internazionale.
In concreto la presa in conto della dimensione esterna ha qu…
Parlare di “vincolo esterno” apre un dibattito. Negli anni, è stato vissuto con maggiore o minore insofferenza dalle nostre forze politiche. A tratti ritenuto un’imposizione indebita, talvolta considerato utile a favorire comportamenti virtuosi più difficili da attuare a livello nazionale, spesso accettato pragmaticamente come inevitabile. Ha riguardato per lo più prescrizioni e adempimenti derivanti dalla nostra appartenenza all’Unione Europea, riflettendo opinioni differenti sulle modalità più idonee per l’Italia di farne parte. Più recentemente, ha assunto di nuovo anche una connotazione geopolitica accentuata dall’aggressione russa all’Ucraina, finendo per far anteporre le esigenze della solidarietà occidentale alle convenienze individuali: un vincolo che mal sopporterebbe improvvisazioni nella presente contingenza internazionale.
In concreto la presa in conto della dimensione esterna ha quasi sempre avuto un carattere mobilitante e ha catalizzato e coordinato sforzi altrimenti divergenti. A livello dell’Unione Europea, a evolvere sono stati gli atteggiamenti complessivi e la natura degli strumenti impiegati per favorire la convergenza degli Stati membri. Da un’Europa dogmatica e un po’ matrigna che ha ritenuto di salvarsi collettivamente dalla crisi economico-finanziaria imponendo una cura ultra vires alla Grecia, ad un’Unione traumatizzata dalla pandemia, capace di stravolgere i dogmi e di varare il Next Generation EU. Ritrovando un concetto di solidarietà mitigato solo da quella dose di omogeneità di comportamenti, propria di ogni condominio. E che si ravvisa ancora in questi giorni nel meccanismo detto di “scudo anti spread” — il Tpi — adottato dalla Bce.
Non è certo il superamento definitivo della dialettica tra debitori e creditori, tra frugali e non frugali (ammesso che esista la virtù assoluta), ma certamente alle regole, a suo tempo definite “ottuse”, del patto di stabilità, che pur dovrà essere rivisto, sono subentrati criteri ben più ampi di omologazione e convergenza. Fino a sfumare la nozione di “vincolo esterno”. Cos’è se non il realizzarsi di ciò che tanti governi italiani sono andati invocando?
Ecco il contesto nel quale si colloca oggi, senza che se ne possa facilmente prescindere nel dibattito politico, il tema dell’Europa e della nostra appartenenza ad essa: da un lato la realizzazione, la “messa a terra” come si dice del Pnrr, condizione per ottenere la nostra parte dei finanziamenti del Next Generation EU. Dall’altro, un contesto europeo più disponibile a prendere in considerazione difficoltà comuni, senza giudizi a priori nei confronti di questo o quel Paese.
Questo stato di cose, proprio di un’Europa più pragmatica e più funzionante, finisce per tecnicizzare il dibattito e per incentrarlo su di una serie di impegni ineludibili. Pena rinunciare ad una parte cospicua di finanziamenti strategici in periodo di tassi crescenti, debiti più difficili da sostenere, inflazione in sensibile aumento. In sostanza, concentrandosi più approfonditamente sul “come”, piuttosto che sul “se” partecipare ai meccanismi e strumenti di integrazione europea.
Non significa ovviamente per i governi e le loro maggioranze politiche perdere spazi di autonoma determinazione, di sovranità. Porta caso mai ad un loro esercizio meno dirompente, senza sostanziali soluzioni di continuità, magari concentrato su aspetti determinanti, ma più settoriali. Due esempi, di senso opposto, potrebbero essere fatti: quello delle politiche migratorie e quello delle misure previdenziali e pensionistiche.
Si tratta, nel primo caso, di continuare a battersi per una gestione dei flussi che rifletta gli aspetti solidali e comuni già affermatisi in altri campi comunitari: una giusta rivendicazione italiana, da troppo tempo disattesa. Nel secondo, di dirimere a livello europeo se la doverosa tutela dei più anziani debba continuare ad avvenire disinvestendo nelle generazioni più giovani: e qui a livello nazionale siamo stati spesso conservativi.
Insomma, abbiamo a che fare con un’Ue oggi più adatta a promuovere inclusione e crescita. A noi non sprecare l’occasione.