Con il suo periplo africano, che si conclude oggi in Uganda, dopo le tappe in Egitto, Etiopia e Congo, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha lanciato due sfide. La prima è diretta a quell'"Occidente collettivo", composto da Nato e Unione europea, che accusa la Russia per l'aggressione all'Ucraina e il blocco delle esportazioni del grano, che colpisce soprattutto i Paesi africani.
Lavrov ha fatto precedere il suo viaggio da un articolo pubblicato dai giornali governativi dei quattro Paesi visitati in cui afferma che "la Russia non esporta la fame" e attacca l'Occidente capitalista per il suo passato coloniale e, implicitamente, gli Stati Uniti per il tentativo di imporre un "ordine unipolare" dopo il crollo dell'Urss e la fine della prima guerra fredda. La Russia, secondo il ministro diventato il maggiore esportatore del putinismo, "non si sporca le mani con il sangue" come fecero "le potenze coloniali&q…
Con il suo periplo africano, che si conclude oggi in Uganda, dopo le tappe in Egitto, Etiopia e Congo, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha lanciato due sfide. La prima è diretta a quell'"Occidente collettivo", composto da Nato e Unione europea, che accusa la Russia per l'aggressione all'Ucraina e il blocco delle esportazioni del grano, che colpisce soprattutto i Paesi africani.
Lavrov ha fatto precedere il suo viaggio da un articolo pubblicato dai giornali governativi dei quattro Paesi visitati in cui afferma che "la Russia non esporta la fame" e attacca l'Occidente capitalista per il suo passato coloniale e, implicitamente, gli Stati Uniti per il tentativo di imporre un "ordine unipolare" dopo il crollo dell'Urss e la fine della prima guerra fredda. La Russia, secondo il ministro diventato il maggiore esportatore del putinismo, "non si sporca le mani con il sangue" come fecero "le potenze coloniali" europee e "non insegna agli altri come vivere", come pretendono di fare gli Stati Uniti. Dunque l'invasione dell'Ucraina non è una guerra di conquista, ma soltanto un'"operazione militare speciale", secondo l'ineffabile dizione moscovita, per fare pulizia dei "nazisti" di Kiev.
La seconda sfida di Lavrov l'Africano, non dichiarata a differenza della prima, è verso la Cina, alleato (riluttante) nello scontro con l'"Occidente collettivo" e nella ricerca di un "ordine multipolare", ma rivale della Russia nell'edificare una sfera di influenza nel continente africano. Identico fine, mezzi diversi per raggiungerlo. I cinesi puntano soprattutto sulle infrastrutture nel quadro della "Belt and Road Initiative", anche se a Gibuti hanno una base militare e progettano di costruirne un'altra in Tanzania. I russi ricorrono piuttosto alle merci e ai mercenari, riempiendo i vuoti lasciati dal ritiro dei militari francesi.
Gli uomini della Wagner, la legione straniera di Evgenij Progozhin, conosciuto anche come il "cuoco di Putin" per l'esclusiva del catering delle cene al Cremlino (oltre che titolare di una fabbrica di "fake news" a San Pietroburgo), sono arrivati, in base a un accordo del 2018, a sostegno del traballante presidente della Repubblica Centroafricana, il cui consigliere militare è Valerij Zakharov, un ex ufficiale dell'esercito russo. In poco tempo sono diventati padroni del Paese e delle sue ricchezze minerarie di oro e diamanti, scontrandosi ripetutamente con i caschi blu di Minusca, la forza di "peacekeeping" delle Nazioni Unite. E si sono segnalati per violenze di ogni genere, rapine a mano armata. Contro di loro sono state aperte inchieste per violazioni dei diritti umani, destinate a restare lettera morta.
La Repubblica Centroafricana è diventata per gli uomini della Wagner (da tempo operativi in Libia come braccio armato del Cremlino) un perfetto laboratorio per esportare il loro "prodotto" in altri Paesi africani: dal Mali al Mozambico, dal Madagascar al Sudan. È dai tempi dell'Urss che Mosca allunga i suoi tentacoli sull'Africa, alcuni leader africani hanno studiato all'università Lumumba e sono legati ideologicamente e culturalmente alla Russia. E Putin ha rilanciato la conquista di una sfera d'influenza nel continente dopo la "pausa" dell'ultimo decennio del secolo scorso, gli anni torbidi di Eltsin e di totale assenza di una politica estera del Cremlino. Anche questo rientra nella reincarnazione dell'Urss sotto le spoglie della Russia potenza globale, e non più solo regionale come l'aveva bollata Barack Obama.
Lavrov ha trovato un terreno fertile nella sua campagna d'Africa. Sono ben venticinque i Paesi africani che si sono astenuti sulla risoluzione dell'Onu che condannava l'invasione dell'Ucraina. Il generale Museveni, figlio e successore designato di quel Yoweri che guida l'Uganda da anni, ha fatto un tweet di plauso a Putin scrivendo che aveva "tutte le ragioni per intervenire in Ucraina". Oggi nella sua ultima tappa il ministro russo avrà una chiusura quasi trionfale, dopo l'"ouverture" calorosa ricevuta dal presidente egiziano.
La risposta dell'"Occidente collettivo" è lenta e tardiva. Macron è anch'egli in viaggio nell'Africa occidentale (ieri era in Camerun), l'inviato speciale americano per il Corno d'Africa Mike Hammer andrà in Egitto e in Etiopia. Il rischio è di raccogliere le briciole. Dei cereali promessi da Lavrov. L'eco dei missili russi sui depositi di Odessa, subito dopo l'accordo di Istanbul, non è arrivato fino in Africa.