Omicidio di Civitanova Marche, il razzismo che ci tormenta
di Furio Colombo , di Furio ColomboL’interrogatorio di convalida” (si chiama così) per verificare se si può tenere in prigione Filippo Ferlazzo, che il 29 luglio, nella piazza di Civitanova Marche, ha ucciso il mendicante africano Alika Ogorchukwu, che lo aveva, secondo lui, infastidito, colpendolo a morte con la stampella dell’aggredito, di fronte a cittadini intenti a filmare il massacro, ha convalidato la gravità del delitto (Ferlazzo resterà in carcere) ma ha escluso il razzismo come movente. In altre parole, chiunque può perdere la testa in un brutto momento, ma uccidere a bastonate e strangolamento in quattro minuti un nero che irrita con la sua richiesta di attenzione e di una moneta, non è razzismo.
L’interrogatorio di convalida” (si chiama così) per verificare se si può tenere in prigione Filippo Ferlazzo, che il 29 luglio, nella piazza di Civitanova Marche, ha ucciso il mendicante africano Alika Ogorchukwu, che lo aveva, secondo lui, infastidito, colpendolo a morte con la stampella dell’aggredito, di fronte a cittadini intenti a filmare il massacro, ha convalidato la gravità del delitto (Ferlazzo resterà in carcere) ma ha escluso il razzismo come movente. In altre parole, chiunque può perdere la testa in un brutto momento, ma uccidere a bastonate e strangolamento in quattro minuti un nero che irrita con la sua richiesta di attenzione e di una moneta, non è razzismo.
La decisione, naturalmente, è uno scandalo perché da un lato contraddice in modo clamoroso i fatti accertati e provati. Dall’altra proclama autorevolmente l’inesistenza di un problema che, invece, da anni tormenta l’Italia e sta profondamente e pericolosamente crescendo. Ci sono segnali di pericolo di cui è diventato necessario rendersi conto.
Il primo è questo caso Ferlazzo di cui i media si stanno ancora occupando. La negazione del motivo razziale è così clamorosa da far pensare a indicazioni scrupolosamente osservate sul negare il razzismo, per non dover parlare di troppi altri casi. Purtroppo la storia si ripete nei discorsi poliitci (anche autorevoli) e nei comportamenti dei media, che vedono (sul momento, e a volte, con grande enfasi) e non vedono nel rapidissimo passare del tempo e nello scomparire del fatto. Fanno luce le pagine di grandi giornali internazionali che, di tanto in tanto, sono dedicate al razzismo italiano, considerato più o meno da tutti un fenomeno in crescita. Uso come esempio una intera pagina del New York Times International (13 novembre 2018) in cui una giovane studentessa afroamericana, Nicole Phillip, racconta il suo anno di studio e di vita a Firenze. “Sapevo tutto del razzismo in America. Ma non sei mai preparata al fatto che lo ritroverai identico in tutto il mondo”. Però la storia diventa più rischiosa (racconta Nicole) quando ti accorgi che in un certo luogo sei la sola persona nera e devi capire che non porti una colpa o un difetto, ma sei caduta in una sconnessione che continua a segnare il rapporto fra esseri umani”. Nel suo articolo, e nei molti altri che compaiono sui giornali dove c’è qualcuno che non vuole accettare che la barriera continui ad esistere e venga, anzi, rinforzata, ti accorgi che la battaglia contro il razzismo, è in corso ma tutt’altro che vinta.
Dobbiamo renderci conto, noi e gli altri resistenti, che l’Unione Europea è inquinata di personaggi (capi di Stato) che usano la strategia inversa per diffondere la tragica persuasione razzista: la proclamano, e ne fanno leggi e dogmi parareligiosi, dove il razzismo è difesa della fede cristiana e baluardo contro l’islamismo. È un cristianesimo di mura, filo spinato e morte di. freddo e fame per coloro che tentano di non rinunciare. Questi capi di Stato (pensate a Orbán, riproduzione perfetta del persecutore hitleriano) e alle sue calde e strette amicizie italiane. Giorgia Meloni è una affiliata del mondo, delle idee, del regime di Orbán, e, come vedete, è un pericolo vicino. Tutta questa gente al momento non ha potuto fare di più per Ferlazzo, l’assassino del mendicante nero di Civitanova Marche.
Ma c’è un grande da fare per provare una sua malattia mentale che lo induce a comportamenti del genere, (primo esperimento l’africano Alika) e una marcia di cittadini, non tanto in memoria della vittima quanto come reclamo della pulizia morale della città.
E poi, per non trascinarci dietro il peso, torneremo a dire che non siamo un Paese razzista. Né qui né a Riace.