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Il monito del premier

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Non guardare su, era il titolo di un recente e fortunato film apocalittico statunitense, è una pratica molto diffusa nella politica italiana. Non alzare lo sguardo al cielo per illudersi che il meteorite non stia arrivando e, nel caso di molti nostri partiti, per convincere gli elettori che sia tutto sereno all’orizzonte, specie se in cabina elettorale metteranno la croce sul simbolo giusto. Mario Draghi è invece uno abituato a guardare su. Per questo uno dei passaggi più significativi della sua conferenza di stampa di ieri è quello in cui ha detto di vedere nuvole in arrivo. Non è una previsione difficile, i segnali sono da tempo a disposizione anche di chi non ha una voce da governatore della Banca centrale europea nel curriculum. Bisogna volerli vedere, però.


Il repertorio delle nostre campagne elettorali è costruito da molti anni sulle promesse impossibili, i regali, i bonus, gli aumenti per tutti in busta paga e le diminuzi…

Non guardare su, era il titolo di un recente e fortunato film apocalittico statunitense, è una pratica molto diffusa nella politica italiana. Non alzare lo sguardo al cielo per illudersi che il meteorite non stia arrivando e, nel caso di molti nostri partiti, per convincere gli elettori che sia tutto sereno all’orizzonte, specie se in cabina elettorale metteranno la croce sul simbolo giusto. Mario Draghi è invece uno abituato a guardare su. Per questo uno dei passaggi più significativi della sua conferenza di stampa di ieri è quello in cui ha detto di vedere nuvole in arrivo. Non è una previsione difficile, i segnali sono da tempo a disposizione anche di chi non ha una voce da governatore della Banca centrale europea nel curriculum. Bisogna volerli vedere, però.


Il repertorio delle nostre campagne elettorali è costruito da molti anni sulle promesse impossibili, i regali, i bonus, gli aumenti per tutti in busta paga e le diminuzioni, sempre per tutti, delle tasse. È bastato un assaggio di campagna per capire che, secondo alcuni leader, il messaggio per vincere le elezioni è garantire che sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno. In questa specialità eccelle il centrodestra, ma nessuna forza si può dire immune alla tentazione.


Draghi è stato molto generoso con i partiti. Ha dispensato consigli con sobrietà, forse sperando che i leader siano più ricettivi ora che si sono liberati della sua presenza e inseguono l’ambizione di governare direttamente il Paese. A voler essere maliziosi il giusto, si potrebbe dire che ha riservato un monito alla destra e uno al centrosinistra. Ha pronunciato più volte la parola credibilità, e ha sottolineato quanto sia importante quella internazionale. Ecco, qui ha toccato un tema che dovrebbe far suonare l’allarme a destra. Che credibilità ha all’estero Giorgia Meloni, la più accreditata aspirante al ruolo di presidente del Consiglio? E quale Matteo Salvini, noto in Occidente, dall’Oregon fino all’ultimo paesino polacco, per la sua passione smodata per Putin? E lasciamo stare Silvio Berlusconi, convinto di aver portato lui in dono agli italiani il Pnrr.


La credibilità in politica si costruisce con i fatti, ma aiuta anche un utilizzo accorto della chiacchiera: la misura, la capacità di combinare i propri valori con l’interesse generale e, talvolta, con il principio di realtà. Merce rara in Italia, rarissima a destra, dove lo sport più diffuso è far credere che tutto va male perché ci sono gli altri, i poteri forti e occulti, e tutto andrà bene perché arriveranno loro, i presunti paladini del popolo. È più o meno la dinamica che ha spinto il M5S al 33 per cento e lo ha quindi portato a un passo dalla consunzione dopo cinque anni di conclamata inadeguatezza, troppo grave ed evidente per essere compensata dalla giusta introduzione del reddito di cittadinanza. Una parabola non gratuita per i cittadini, per usare un termine caro a Giuseppe Conte.


La credibilità internazionale non è, come soffia la vulgata sovranista, l’indizio di una subordinazione ai voleri altrui, è la capacità di sfruttare la propria autorevolezza per trovare soluzioni e portare benefici alla nazione. Sono quelli che sperano di risolvere tutto in casa, con la valigetta da bricoleur di campagna, a portare guai per tutti.
La credibilità, ha aggiunto Draghi, è uno degli accessori chiave dell’agenda omonima. Agenda fantomatica, e qui il buffetto pare rivolto all’altra parte, proprio perché non è un programma definito bensì, ha spiegato il premier sempre ieri, un metodo, basato sulla risposta pronta a problemi concreti. Un altro modo gentile per chiedere che in campagna elettorale nessuno si intesti l’agenda Draghi, per giunta fingendo che contenga già tutte le misure necessarie a spazzare via dal cielo le nuvole in arrivo. Bisogna fare la fatica di scriverlo, il programma. E bisogna anche fare in modo che sia realizzabile insieme alle forze con cui si è scelto di stare in coalizione. Pure questa si chiama credibilità.