Perché Meloni si trova a un bivio
di Stefano Folli , di Stefano FolliLa campagna di Giorgia Meloni è davanti a un bivio. Da un lato c’è la prospettiva di quasi due mesi sulla difensiva, sotto attacco dagli avversari in uno scenario di asprezza verbale senza precedenti. A questo si sommano i messaggi ostili delle cancellerie internazionali e, salvo eccezioni, delle maggiori testate giornalistiche. I temi sono già delineati: le simpatie neofasciste, benché non sempre esplicite, di una parte dei quadri medio-bassi, i più rozzi. Le tendenze “sovraniste” del vertice: e qui non c’entra Putin, dal momento che la scelta atlantica è chiara, ma c’entra l’ungherese Orbán, con cui esiste un vecchio sodalizio solo di recente annacquato. Infine, il grave errore del veemente discorso pronunciato al congresso degli spagnoli di Vox, le cui ambizioni a incarnare il volto moderno del “franchismo” sono note.
La campagna di Giorgia Meloni è davanti a un bivio. Da un lato c’è la prospettiva di quasi due mesi sulla difensiva, sotto attacco dagli avversari in uno scenario di asprezza verbale senza precedenti. A questo si sommano i messaggi ostili delle cancellerie internazionali e, salvo eccezioni, delle maggiori testate giornalistiche. I temi sono già delineati: le simpatie neofasciste, benché non sempre esplicite, di una parte dei quadri medio-bassi, i più rozzi. Le tendenze “sovraniste” del vertice: e qui non c’entra Putin, dal momento che la scelta atlantica è chiara, ma c’entra l’ungherese Orbán, con cui esiste un vecchio sodalizio solo di recente annacquato. Infine, il grave errore del veemente discorso pronunciato al congresso degli spagnoli di Vox, le cui ambizioni a incarnare il volto moderno del “franchismo” sono note.
Dall’altro lato si apre un sentiero tortuoso eppure obbligato per chi aspira a governare il paese. È il contrario della prima ipotesi: vuol dire non giocare in difesa, bensì delineare il profilo di una destra conservatrice ma pragmatica, conscia di dover offrire garanzie sul piano interno e internazionale a un “establishment” diffidente. Secondo il “cliché”, una forza nazionalista non tiene in cale il punto di vista dei centri di potere finanziari e politici, specie esteri. Ma Giorgia Meloni sa che la sua unica carta è proprio la capacità di rovesciare quel “cliché”. Il compito è immane per una forza di destra radicale che ha poco tempo per trasformarsi in destra di governo. Di sicuro lei è consapevole che il primo passo consiste nell’individuare una classe dirigente ineccepibile, quindi solo in parte pescata all’interno del partito. In secondo luogo, si tratta di presentarsi ai partner e alleati per convincerli che lei non è solo “l’amica di Orbán”. Qualche passo è già stato fatto negli ambienti di Washington, area repubblicana, ma il più resta da fare: in America e soprattutto nell’Unione.
Un conto è vincere le elezioni, un altro è governare. Ci sono da neutralizzare le ambizioni revansciste dei soci della coalizione: non tanto l’anziano Berlusconi, quanto Matteo Salvini. Averlo nel governo rischia di essere destabilizzante, mentre immaginarlo presidente della Camera (se sarà eletto a Montecitorio) o del Senato potrebbe risolvere il problema. C’è il precedente lontano di Fini alla Camera. Ovviamente si pensa ai nomi dei ministri, e sarebbe strano il contrario, ma parlarne in pubblico si risolverebbe in uno sgarbo al presidente della Repubblica. Difficile credere che Giorgia Meloni scivoli su una “gaffe” così banale.
Poi c’è dell’altro, la parte più difficile. Ne ha accennato Guido Crosetto negli ultimi interventi pubblici. L’autunno che si avvicina sarà uno dei più drammatici degli ultimi decenni. L’idea di un “patto” tra le forze politiche, che Crosetto propone, ha scarse probabilità di essere accolta nel pieno di una campagna elettorale. Tuttavia è un segnale da non trascurare che arriva dal partito favorito nei sondaggi. Lascia intravedere quanto meno una disponibilità a cercare una base comune in Parlamento nel segno di un’emergenza che si aggrava. In fondo è lo stesso principio su cui era nato a suo tempo il governo Draghi. Il che presuppone coerenza innanzitutto sul Pnrr: una coerenza non richiesta a una forza d’opposizione.
Il secondo punto rilevante riguarda l’eventualità di una riforma della Costituzione in chiave presidenzialista. Sappiamo che aleggia il rischio di una destra tanto forte da voler manomettere la Carta. Qui il consigliere della Meloni è netto: “solo uno stupido”, dice, penserebbe di agire a colpi di maggioranza. Si può obiettare che si tratta di buone intenzioni, poi conteranno i fatti. Tuttavia anche queste sono parole rassicuranti. Verso gli avversari del centrosinistra e verso il presidente Mattarella, di cui sono note le preoccupazioni istituzionali.