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Quirinale, i partiti e il Presidente

Roma, il palazzo del Quirinale (reuters)

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Talvolta il capo dello Stato scalpella l'ordine esistente. Sergio Mattarella, invece, sta sperimentando la situazione opposta: è il sistema che scalpella lui, nel silenzio degli astanti
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Talvolta i presidenti della Repubblica scalpellano il sistema, l'ordine esistente. Negli anni Cinquanta vi fu costretto Gronchi, denunciando le inadempienze della Democrazia cristiana, che aveva congelato gli organi di garanzia previsti in Costituzione, dalla Consulta al Csm. Negli anni Novanta se ne fece artefice Cossiga, con il suo messaggio alle Camere per sollecitare il varo d'una Costituzione tutta nuova, anziché per reclamare l'attuazione della vecchia. Mattarella, invece, sta sperimentando la situazione opposta: è il sistema che scalpella lui, nel silenzio degli astanti. Sono i partiti a minarne il ruolo, a comprimerne i poteri. Quali?

Nel nostro ordinamento (finché dura) il presidente della Repubblica è il commissario delle crisi. Significa che quando un governo perde la propria maggioranza, a lui spetta esplorare le possibilità di una riconciliazione, o altrimenti il battesimo d'un nuovo esecutivo. Se entrambe le soluzioni s…

Talvolta i presidenti della Repubblica scalpellano il sistema, l'ordine esistente. Negli anni Cinquanta vi fu costretto Gronchi, denunciando le inadempienze della Democrazia cristiana, che aveva congelato gli organi di garanzia previsti in Costituzione, dalla Consulta al Csm. Negli anni Novanta se ne fece artefice Cossiga, con il suo messaggio alle Camere per sollecitare il varo d'una Costituzione tutta nuova, anziché per reclamare l'attuazione della vecchia. Mattarella, invece, sta sperimentando la situazione opposta: è il sistema che scalpella lui, nel silenzio degli astanti. Sono i partiti a minarne il ruolo, a comprimerne i poteri. Quali?

Nel nostro ordinamento (finché dura) il presidente della Repubblica è il commissario delle crisi. Significa che quando un governo perde la propria maggioranza, a lui spetta esplorare le possibilità di una riconciliazione, o altrimenti il battesimo d'un nuovo esecutivo. Se entrambe le soluzioni s'infrangono contro i veti incrociati dei partiti, allora il presidente convoca nuove elezioni, vigila sul loro regolare svolgimento, ne misura i risultati, infine nomina un nuovo presidente del Consiglio, dopo averne valutato le capacità, oltre che il consenso in Parlamento.

Quest'arco di attribuzioni non si sostituisce alle scelte elettorali, però le interpreta, le conduce a sintesi. Come un direttore d'orchestra, né più né meno: sono altri (gli elettori) a creare lo spartito, altri (i capipartito) a suonare gli strumenti. Però serve un'orchestra affiatata per ottenere buoni accordi musicali.

Ma in questo frangente il disaccordo si è reso manifesto fin da subito, da quando in un giovedì di luglio Draghi rassegnò le proprie dimissioni al Quirinale. Una crisi assurda, nei tempi e nei modi, perché c'era una tripla emergenza in corso (sanitaria, bellica, economica) e perché il presidente del Consiglio aveva appena incassato la fiducia. Sicché Mattarella ne respinse le dimissioni, rinviando il suo governo all'esame delle Camere, con un dibattito parlamentare e un nuovo voto di fiducia.

Quella decisione presidenziale recava in sé un appello - tacito, ma quantomai eloquente - alle forze politiche: fermatevi, non è il caso, non è il momento. Loro, però, hanno fatto orecchi da mercante. E dai partiti responsabili di questa crisi (Lega, Forza Italia, 5 Stelle) un solo atteggiamento: per Mattarella omaggi pubblici, dispetti privati.

Dopo di che comincia il secondo tempo, quello della campagna elettorale. Con immediate baruffe sui programmi? No, sul nome del prossimo presidente del Consiglio.

A destra s'era affacciata la proposta di farlo decidere da una riunione congiunta degli eletti, per annacquare la leadership di Giorgia Meloni. Lei ha tenuto duro, tanto che in una recente intervista a Fox News si è detta onorata del suo esordio a Palazzo Chigi, se FdI otterrà un primato alle elezioni.

A sinistra s'incontrano più candidati che partiti, benché i partiti in lizza siano più numerosi delle mosche, e spesso pure più leggeri. Quale sarà la mosca più bella del reame? A chi toccherà in sorte lo scettro del governo? Ciascuno s'offre, si propone, si autonomina. Errore: è il presidente che nomina, non il presieduto. Fingere d'ignorarlo è uno sgarbo verso Mattarella, oltre che nei riguardi della nostra Carta.

E a proposito della Costituzione. S'annuncia una vittoria della destra, e da destra s'annuncia una riforma - di più: la totale riscrittura delle regole del gioco. Presidenzialismo, ecco il nuovo abito che indosseranno gli italiani. Con un capo dello Stato scelto direttamente dal popolo votante, e perciò armato di poteri di governo.

E il vecchio presidente? A riforma approvata, dovrà togliersi di mezzo. O perché la legge di riforma ne amputerà il mandato, o perché la sua sensibilità costituzionale gli impedirà di prolungare l'interregno. L'ultimo regalo a Mattarella è dunque una pensione anticipata.

Al di là del merito, al di là dei rischi che profila un regime presidenziale sul nostro molle corpaccione, c'è allora un'istanza da girare a lorsignori: se proprio volete rivoltare la Costituzione come un calzino usato, fatelo tra cinque anni, fatelo a fine legislatura. Ma tanto non l'ascolteranno.