Parità di genere, la trappola della misoginia
di Michela Marzano , di Michela Marzano"Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto delle quote rosa richieste dalla legge", aveva detto Mario Draghi nel febbraio del 2021 durante la sua prima allocuzione in Senato in veste di presidente del Consiglio. Subito prima di aggiungere che, per realizzare un'eguaglianza sostanziale, sarebbe stato necessario impegnarsi per garantire alle donne le stesse e identiche condizioni competitive dei colleghi maschi. Vi ricordate i lunghi applausi ricevuti allora in Aula da Draghi? Ricordate le lunghe discussioni sull'importanza di colmare i divari di legittimità e l'altrettanto lunga lista di buoni propositi e di onorabili ammende fatte dai responsabili politici? La memoria, in Italia, continua purtroppo a essere corta.
E allora, nonostante gli applausi, le discussioni, i buoni propositi e le onorabili ammende, è stato sufficiente entrare nel vivo della campagna elettorale e iniziare a parlare della composizione delle liste aff…
"Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto delle quote rosa richieste dalla legge", aveva detto Mario Draghi nel febbraio del 2021 durante la sua prima allocuzione in Senato in veste di presidente del Consiglio. Subito prima di aggiungere che, per realizzare un'eguaglianza sostanziale, sarebbe stato necessario impegnarsi per garantire alle donne le stesse e identiche condizioni competitive dei colleghi maschi. Vi ricordate i lunghi applausi ricevuti allora in Aula da Draghi? Ricordate le lunghe discussioni sull'importanza di colmare i divari di legittimità e l'altrettanto lunga lista di buoni propositi e di onorabili ammende fatte dai responsabili politici? La memoria, in Italia, continua purtroppo a essere corta.
E allora, nonostante gli applausi, le discussioni, i buoni propositi e le onorabili ammende, è stato sufficiente entrare nel vivo della campagna elettorale e iniziare a parlare della composizione delle liste affinché il miraggio della parità finisse nel dimenticatoio. E le donne ricominciassero a essere trasparenti. Anzi, invisibili. Anzi, seppellite da ondate di fango.
Come Elisabetta Piccolotti che, prima ancora di diventare "moglie di" Nicola Fratoianni, militava all'interno della sinistra italiana e che, però, si è vista costretta a rispondere a chi le chiedeva conto della sua presenza nelle liste del centrosinistra. Oppure come Michela Di Biase che, pur essendo "moglie di" Dario Franceschini, riveste già da anni ruoli politici e istituzionali all'interno del Pd, e non dovrebbe quindi aver bisogno di giustificare la presenza del suo nome nella rosa di coloro che sono stati proposti per la candidatura alle elezioni. È francamente insopportabile dover ancora leggere post e cinguettii sparati da destra, sinistra, centro e grillini che ancora tirano fuori la tiritera del "moglie di"!
Personalmente, non ho mai avuto a che fare né con Elisabetta Piccolotti né con Michela Di Biase. Ammetto anche di non conoscere nei dettagli i loro curriculum, che ho scoperto - come forse molte altre persone - solo dopo lo scoppio delle polemiche, cadendo però così, io stessa, nella trappola della misoginia. Chi si dà d'altronde davvero la pena di andarsi a spulciare i cv dei candidati maschi? A chi mai passerebbe per la testa l'idea che un uomo eserciti qualche ruolo o si ritrovi candidato in un collegio uninominale blindato perché "marito di"? Piccolotti e Di Biase hanno ragione quando, denunciando la violenza dei commenti sui social, puntano il dito contro la cultura maschilista e misogina che predomina in Italia.
Il problema che si cela dietro il fango scaraventato contro di loro, d'altronde, è quello della riduzione sistematica delle donne al ruolo di "figlie", "madri", "spose" o "amiche", un'identificazione insopportabile non tanto perché ci sia qualcosa di cui doversi vergognare quando si è "madre" o "sposa" o "figlia di", quanto perché, con un colpo di spugna, si cancella tutta la fatica fatta e le battaglie che si sono combattute e le competenze acquisite negli anni e i sacrifici compiuti per andare avanti.
Essere figlia o moglie di un politico o di un industriale o di un professore universitario è una delle tante caratteristiche che una donna può (o meno) avere, esattamente come un uomo può (o meno) essere figlio o marito di ministre o celebri professioniste. Il problema non è quello dei legami di parentela. Il problema è il peso diverso che si dà alle relazioni a seconda del genere e, ancor più, il valore differente che si attribuisce alle persone a seconda che si tratti di uomini o donne. Cosa che accade, tra l'altro, indipendentemente dal credo politico, visto che la misoginia e il maschilismo, in Italia, sono presenti sia a destra sia a sinistra.
E anche frasi non sessiste come quella pronunciata dal segretario Letta per rinfacciare a Giorgia Meloni di camuffare la verità delle proprie posizioni ideologiche, risultano fastidiose nel momento in cui il termine impiegato è quello di "incipriarsi". Enrico Letta l'avrebbe forse utilizzato anche se il leader di Fratelli d'Italia fosse stato un uomo - visto che nel senso metaforico in cui lo impiega lui, il termine è del tutto neutro. Ma, siccome viviamo in un Paese in cui, di fatto, la parità uomo-donna è ancora una chimera, allora anche quell'ingenuo "incipriarsi" stona e risulta inappropriato.
Che la misoginia sia diffusa nel nostro Paese è un'ovvietà. Che il mondo della politica sia ancora più misogino di altri, pure. Che a sinistra non sia mai emersa una leader è addirittura sconcertante. Quand'è allora che, in Italia, riusciremo davvero a raggiungere un'eguaglianza sostanziale e, al momento di eleggere il prossimo (o la prossima) presidente della Repubblica, non ci si limiterà più solo a evocare la possibilità che, un giorno, toccherà a una donna? Quand'è che avremo davvero il "nome" e il "cognome" di questa donna?