Nel giro di poche ore abbiamo avuto la perfetta fotografia della campagna elettorale come si svilupperà nei prossimi quaranta giorni: il duello tra Giorgia Meloni ed Enrico Letta, sintesi personalizzata dello scontro bipolare; e la nascita dell'altro polo Calenda-Renzi, sulla base di un certo fair play reciproco che molti giudicavano impensabile. Torneremo in seguito sulle prospettive di questa alleanza. Prima vediamo il senso e i limiti del confronto tra il segretario del Pd e la leader di Fratelli d'Italia.
Il motivo centrale della campagna riguarda il rapporto tra l'Italia governata dalla destra e l'Europa. Ad esso si lega la questione dei conti pubblici e della credibilità delle rispettive alleanze. Ma su tutto s'impone un quesito ancora privo di risposte precise: chi ha preso l'iniziativa, ossia chi gioca all'attacco e sta costringendo l'altro sulla difensiva? In una corsa elettorale breve e intensa, può essere decisivo.
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Nel giro di poche ore abbiamo avuto la perfetta fotografia della campagna elettorale come si svilupperà nei prossimi quaranta giorni: il duello tra Giorgia Meloni ed Enrico Letta, sintesi personalizzata dello scontro bipolare; e la nascita dell'altro polo Calenda-Renzi, sulla base di un certo fair play reciproco che molti giudicavano impensabile. Torneremo in seguito sulle prospettive di questa alleanza. Prima vediamo il senso e i limiti del confronto tra il segretario del Pd e la leader di Fratelli d'Italia.
Il motivo centrale della campagna riguarda il rapporto tra l'Italia governata dalla destra e l'Europa. Ad esso si lega la questione dei conti pubblici e della credibilità delle rispettive alleanze. Ma su tutto s'impone un quesito ancora privo di risposte precise: chi ha preso l'iniziativa, ossia chi gioca all'attacco e sta costringendo l'altro sulla difensiva? In una corsa elettorale breve e intensa, può essere decisivo.
Letta ha provato in prima battuta a dettare il ritmo con la questione delle nostalgie fasciste. Mossa inevitabile e giusta da parte della sinistra, ma certo non sufficiente ad alimentare settimane di campagna. Sta di fatto che Giorgia Meloni ha cercato subito di sviarla con l'abiura in tre lingue davanti alla stampa estera. A conferma del fatto che lei in questa fase si rivolge all'estero: opinione pubblica, cancellerie europee, ambienti americani, centri economici e finanziari.
Detto questo, la coda dell'argomento fascismo durerà a lungo, ma sarà appunto una coda: riguarda la fiamma del Msi che permane nel simbolo di Fratelli d'Italia; e poi quanti saluti romani si vedono nei funerali dei vecchi camerati; quanti slogan e foto di Salò sono appesi ai muri delle sezioni. È legittimo insistere, poiché non si è mai svolto nel mondo della destra un dibattito storico-politico adeguato alla rilevanza del tema, che investe i valori fondanti della Repubblica e della Costituzione.
Tuttavia in campagna elettorale la condanna delle leggi razziali e della dittatura, così come Meloni l'ha pronunciata, sarà sufficiente a ridurre o forse annullare l'impatto della polemica. Se Enrico Letta vuole prendere l'iniziativa ha bisogno di altri argomenti.
Ad esempio quale Europa hanno in mente i Fratelli d'Italia. Qui la leader della destra è più debole. La sua risposta è all'incirca: vogliamo cambiare l'Unione come è oggi, ma finché le regole sono queste noi le rispetteremo.
Il problema sono tuttavia le contraddizioni e anche i personaggi che popolano l'alleanza dei Conservatori di cui Giorgia Meloni è presidente a Strasburgo. Niente di eversivo, s'intende, ma è normale che lei debba aspettarsi molte domande sul tema nelle prossime settimane. Peraltro è Letta che ha bisogno di andare all'attacco, essendo in svantaggio.
Lei può permettersi, entro certi limiti, di parlare dall'alto e di apparire calma e rassicurante: anche di insistere sulla necessità di evitare "le promesse irrealizzabili", evidente presa di distanza dal populismo fiscale di Salvini e Berlusconi. L'attenzione a non sfondare il forziere dei conti pubblici è una novità di rilievo, considerando che può far perdere voti sotto elezioni.
Ma il rischio di contraddirsi, lo sappiamo, è sempre in agguato. In fondo, FdI si è astenuto a suo tempo sui fondi del Pnrr: un passo falso che oggi va spiegato. A sua volta Letta ha il problema di conciliare la ricerca di consensi con la necessità di non disperdere l'immagine di serietà che ci si attende dal sostenitore di Draghi e del suo programma. Inseguire i 5S di Conte sulla spesa pubblica allegra sarebbe incompatibile con tale fine.
Come dire che Letta e Giorgia Meloni devono apparire migliori delle rispettive alleanze. Nel caso del Pd e dei 5S, non si possono nemmeno autorizzare speculazioni sulla verosimile e per qualcuno prevedibile ripresa dei rapporti dopo il 25 settembre.