A sentire Matteo Renzi, la politica "si fa con i sentimenti e non con i risentimenti". Bella frase, ma l'importante è non credere che sia vera. E senza dubbio il senatore toscano non è così ingenuo. In ogni caso, all'indomani dell'ordalia delle liste in casa Pd, l'affermazione va corretta in questo senso: anche stavolta, come accade sempre in tutti i partiti e non da quest'anno, sono prevalsi i rancori e le vendette mirate. A maggior ragione con il taglio dei parlamentari e gli effetti ben conosciuti della mediocre legge elettorale. Quella legge che il Pd, dopo aver detto "sì" alla riduzione di un terzo di deputati e senatori, come voluto dall'alleato di allora, il M5S, si era impegnato a modificare per evitare l'ingorgo che si è puntualmente verificato.
Dunque il rancore è inevitabile quando, come dice un saggio Arturo Parisi, "il diritto si riduce a potere e il potere alla forza"…
A sentire Matteo Renzi, la politica "si fa con i sentimenti e non con i risentimenti". Bella frase, ma l'importante è non credere che sia vera. E senza dubbio il senatore toscano non è così ingenuo. In ogni caso, all'indomani dell'ordalia delle liste in casa Pd, l'affermazione va corretta in questo senso: anche stavolta, come accade sempre in tutti i partiti e non da quest'anno, sono prevalsi i rancori e le vendette mirate. A maggior ragione con il taglio dei parlamentari e gli effetti ben conosciuti della mediocre legge elettorale. Quella legge che il Pd, dopo aver detto "sì" alla riduzione di un terzo di deputati e senatori, come voluto dall'alleato di allora, il M5S, si era impegnato a modificare per evitare l'ingorgo che si è puntualmente verificato.
Dunque il rancore è inevitabile quando, come dice un saggio Arturo Parisi, "il diritto si riduce a potere e il potere alla forza". Il problema è che la voglia di vendetta, pur comprensibile, non dovrebbe sfociare nell'autolesionismo. E invece sembra sia accaduto proprio questo. Quel che colpisce non è tanto che siano stati esclusi dalle liste, oppure candidati in posizioni quasi impossibili, i cosiddetti "renziani", considerati alla stregua di "quinte colonne" del detestato ex segretario. Sorprende invece che a fare le spese dell'epurazione - se alla fine le notizie saranno confermate - siano figure che hanno reso un eccellente servizio alle istituzioni durante la legislatura. Due nomi per tutti, ma ce ne sono vari altri: Stefano Ceccanti e Tommaso Nannicini (quest'ultimo recuperato "in extremis" a Prato).
Difficile davvero ridurli alla categoria di agenti del "terzo polo" sotto copertura. Entrambi invece hanno interpretato una linea riformatrice in campo istituzionale, il primo, ed economico, il secondo. Averli messi da parte è quindi peggio di un delitto, è un errore. Significa aver appannato l'immagine riformista del Pd, il partito del quale Letta è segretario proprio in quanto chiamato a rappresentare e non a negare tale anima. Certo, "i sacrifici erano necessari", è stato detto. E la prospettiva di un risultato modesto il 25 settembre non ha facilitato il compito di chi ha impastato gli ingredienti. Ma ieri il giudizio era più o meno unanime: i sacrificati sono quasi esclusivamente i rappresentanti di un certo riformismo d'impronta cattolica e laica. Ed è qui che si rischia l'autolesionismo, poiché il Pd di Letta avrebbe tutto l'interesse ad aprirsi verso ceti e gruppi sociali desiderosi di modernizzare il paese, nel solco della stagione di Draghi, anziché rinchiudersi in un fortino per reggere l'assedio delle destre.
Si dirà che il lavoro di Letta ha prodotto anche note positive: i quattro giovani capilista con meno di 35 anni; alcuni nomi autorevoli come Cottarelli a Milano; molte donne candidate in posizioni tali da renderne plausibile l'elezione. Ma sull'altro piatto della bilancia ci sono le donne cancellate dalle liste senza una valida ragione; c'è la Puglia dove tutte le candidature sono state concordate con il potere locale, a differenza di altre regioni, ad esempio l'Emilia Romagna, dove le istanze della base sono state ignorate. E c'è la Toscana dove i seggi migliori sono riservati all'ormai citatissimo Fratoianni e agli esponenti di spicco di Art.1.
Risulta chiaro a questo punto che un grande lavoro attende Enrico Letta, se vorrà definire il suo messaggio all'elettorato. Non potrà limitarsi a un elenco di buone intenzioni, come spesso sono i programmi dei partiti prossimi al voto. Forse, più che un elenco di cose da fare, l'elettorato - anche quello meglio disposto - gradirebbe una visione del paese, un'idea generale. "Fermare le destre" può essere la premessa, ma rischia di essere solo uno slogan se non si va oltre. Ecco perché l'aver mortificato i riformatori si sta rivelando un grave sbaglio. Ma c'è ancora tempo per rimediare. Se si vuole.