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Giorgia Meloni e l'Europa, le scelte da fare

Giorgia Meloni (ansa)

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Il tallone d'Achille della leader di Fratelli d'Italia, in vista del voto del 25 settembre, riguarda il rapporto con l'Ue
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Assai più delle nostalgie fasciste, vere o presunte, il tallone d'Achille di Giorgia Meloni in vista del 25 settembre riguarda il rapporto con l'Unione europea. Critica da sempre verso l'Europa "così com'è", fondata sull'asse popolari-socialisti; all'opposizione del governo Draghi e delle sue scelte economiche, tra cui ci sono i fondi europei straordinari (il Pnrr), è chiaro che la giovane leader si muove su un terreno scivoloso. Vorrebbe sfuggire all'ortodossia europeista, diciamo così, e al tempo stesso non intende farsi incasellare nello schema del "sovranismo euro-scettico".

Tutto comprensibile, ma finora non sembra che la strategia abbia fatto grandi passi avanti. La sua immagine continua a essere quella della "sovranista". Certo, non un'amica di Putin e anzi decisamente filo-americana: per meglio dire, vicina alle posizioni della destra repubblicana, mentre se fosse inglese lei sare…

Assai più delle nostalgie fasciste, vere o presunte, il tallone d'Achille di Giorgia Meloni in vista del 25 settembre riguarda il rapporto con l'Unione europea. Critica da sempre verso l'Europa "così com'è", fondata sull'asse popolari-socialisti; all'opposizione del governo Draghi e delle sue scelte economiche, tra cui ci sono i fondi europei straordinari (il Pnrr), è chiaro che la giovane leader si muove su un terreno scivoloso. Vorrebbe sfuggire all'ortodossia europeista, diciamo così, e al tempo stesso non intende farsi incasellare nello schema del "sovranismo euro-scettico".

Tutto comprensibile, ma finora non sembra che la strategia abbia fatto grandi passi avanti. La sua immagine continua a essere quella della "sovranista". Certo, non un'amica di Putin e anzi decisamente filo-americana: per meglio dire, vicina alle posizioni della destra repubblicana, mentre se fosse inglese lei sarebbe - come ha detto allo Spectator - nel partito conservatore.

Tutto questo potrebbe esser visto con indulgenza nelle capitali europee, se si trattasse di un altro personaggio. In fondo, il primo Berlusconi - il miliardario calato all'improvviso sulle rovine del sistema politico negli anni Novanta - aveva suscitato parecchie riserve e ostilità oltre confine. Piano piano, il fondatore di Forza Italia aveva saputo, se non cancellare, almeno attenuare il clima d'inimicizia nei suoi confronti. La carta decisiva fu l'ingresso di Forza Italia nel Partito Popolare europeo. Nel quale erano abituati ai democristiani, ma finirono per convincersi che Berlusconi era l'incarnazione, almeno rispetto all'Unione, di un passabile "centrismo".

Niente di simile nel caso di Giorgia Meloni che proviene da una tradizione estranea alle principali famiglie politiche continentali. Non solo: oggi il tema cruciale è il confronto politico-militare con la Russia, per cui a Bruxelles e altrove ci si domanda se e fino a che punto lei stia esercitando una leadership effettiva sulla sua coalizione. In altre parole, se è in grado - lei atlantista - di eliminare le ambiguità filo-Putin diffuse tra i suoi alleati. O se invece si limita a seguire la corrente perché non ha la forza per fare di più. Significativa, per certi aspetti, è la nota del Copasir contro "le ingerenze", se si considera che l'organismo di controllo dei servizi è presieduto da un esponente di FdI, Adolfo Urso.

Tutto lascia pensare dunque che le scelte di Giorgia Meloni nel prossimo futuro debbano essere più radicali di quel che sono state fino a oggi. Il "sovranismo" ha poco senso per chi ambisce a governare l'Italia, una delle nazioni più importanti dell'Unione. Per cui nessuno si stupisce se l'attenzione dei nostri partner, come pure dei centri economici e finanziari internazionali, è così assidua.

Come si dice in questi casi, la posta in gioco è troppo alta. E c'è da credere che la stessa Meloni sia consapevole di non poter più sbagliare una sola mossa: nelle candidature, nelle uscite pubbliche, nelle risposte rassicuranti dovute a chi sta osservando l'Italia e ha il diritto di farlo.

Finora la leader di FdI ha evitato di cadere nella trappola della replica stizzita, del riflesso nazionalista. Al tempo stesso, sembra restia ad ammettere che certi temi vanno affrontati con cautela proprio perché lei e il suo partito, piaccia o no, sono sotto esame.

Ad esempio, la questione del Pnrr da rinegoziare è da lei reiterata con insistenza (vedi la lettera al Messaggero). Si avverte l'eco delle posizioni di Confindustria, nonché il desiderio di andare incontro alle esigenze delle imprese. Tuttavia proclamare in piena campagna elettorale l'intenzione di mettere mano al Pnrr rischia di aprire più problemi di quanti ne risolva. Proprio perché si tratta di Giorgia Meloni e non di una figura conosciuta e bene accolta nel cuore dell'Unione.