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Cloud e dati, sfida per il futuro del Paese

(ansa)
Il ministro scrive a Repubblica: con il Pnrr avviati investimenti digitali strategici
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Caro Direttore,
con il Pnrr abbiamo avviato importanti investimenti digitali: Internet veloce in tutto il Paese, 5G, Cloud, fascicolo sanitario online, agenzia per la cybersecurity, nuovi servizi e piattaforme. Poiché la spinta tecnologica genera sempre qualche confusione e paura, provo a fare chiarezza su come il governo ha impostato le politiche italiane sulla sicurezza digitale e la nostra posizione in Europa.


1. Sicurezza contro gli attacchi ai dati. Possediamo troppi “depositi di dati” in Italia, piccoli, non economici e poco sicuri. Abbiamo così stanziato fondi per la migrazione al cloud, intrinsecamente pi&ug…

Caro Direttore,
con il Pnrr abbiamo avviato importanti investimenti digitali: Internet veloce in tutto il Paese, 5G, Cloud, fascicolo sanitario online, agenzia per la cybersecurity, nuovi servizi e piattaforme. Poiché la spinta tecnologica genera sempre qualche confusione e paura, provo a fare chiarezza su come il governo ha impostato le politiche italiane sulla sicurezza digitale e la nostra posizione in Europa.


1. Sicurezza contro gli attacchi ai dati. Possediamo troppi “depositi di dati” in Italia, piccoli, non economici e poco sicuri. Abbiamo così stanziato fondi per la migrazione al cloud, intrinsecamente più sicuro, e abbiamo introdotto la classificazione di Dati e dei Cloud Service Providers per innalzare gli standard, affidando le regole di sicurezza a una nuova Agenzia Cyber nazionale. A chi non piace questo? Ovviamente a chi è più piccolo, meno efficiente, meno sicuro.


2. Sicurezza dell’accesso ai dati. Rispetto alle preoccupazioni per il “Cloud Act” americano abbiamo previsto regole per i fornitori di servizi cloud extra-Ue, con sovranità specifiche per la cifratura e i dati più sensibili. Sta oggi nascendo il Polo Strategico Nazionale che offrirà soluzioni avanzate (incluse quelle di Google, Amazon e Microsoft) ma con le salvaguardie di sovranità che vogliamo. A chi non piace questo? A chi per ideologia vuole tutto “commerciale” ma anche a chi chiede tutto “statale”, mentre imprese e Pa vogliono sia sicurezza e sovranità sia le migliori tecnologie mondiali.


3. Sicurezza dell’utilizzo dei dati. Algoritmi e Intelligenza Artificiale possono risolvere problemi sociali ma anche minacciare diritti fondamentali. Il governo Draghi ha tenuto in Europa una linea di rigore sui principi dell’AI Act ma di pragmatismo nelle imposizioni: se vogliamo un settore tech all’altezza di Usa e Cina occorrono tutele che non scoraggino però la sperimentazione in Europa. A chi non piace questo? A chi vorrebbe esercitare controlli soffocanti e poteri di blocco locali invece di stabilire regole efficaci a livello europeo, basate su una moderna azione di garanzia del progresso tecnologico.


4. Sicurezza della concorrenza e dell’innovazione. Chi diventa molto grande nel digitale può dominare, espandersi e comprare innovatori e concorrenti. In Europa stiamo contribuendo al Data Act per assicurare l’accesso ai dati dell’internet delle cose agli innovatori e abbiamo sostenuto il Digital Market Act, per proteggere la concorrenza nel digitale, mentre in Italia abbiamo rafforzato nel Ddl Concorrenza la protezione dei “piccoli” rispetto alle grandi piattaforme digitali. A chi non piace questo? Alle grandi tech mondiali e a chi non ama la concorrenza e vuole preservare posizioni di rendita.


5. Sicurezza della legalità. Il governo ha sempre detto che “quello che è illegale offline lo deve essere anche online”. Da protagonisti, abbiamo sostenuto il Digital Services Act che fissa responsabilità stringenti a difesa dei contenuti e del made in Italy. E con le norme sul copyright abbiamo sostenuto i media di qualità. A chi non piace questo? Ai Paesi che tollerano attività non perfettamente legali e alle imprese che fanno concorrenza sleale a chi paga i costi della qualità di prodotti e idee.


In conclusione, come governo abbiamo affrontato i rischi digitali con una visione coerente, in coordinamento con i partner europei. Possiamo oggi rassicurare gli italiani che l’Italia digitale non sarà un Far West senza regole, in cui i loro dati possono essere rubati o sfruttati impunemente, o una tecnocrazia digitale oppressiva, ma neanche una società retrograda e controllata, timorosa innanzi alle tecnologie e applicazioni digitali, indietro nel migliorare vita dei cittadini e sviluppo economico. A chi può piacere questo? Soprattutto ai giovani che si formeranno da noi e agli imprenditori del digitale che lavoreranno in Italia, anche grazie a una visione di vera sicurezza e sviluppo che spero l’Italia continui a perseguire.


L’autore è ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale.