Fisco, perché la tassa di successione è un argine alla diseguaglianza
di Guido Alfani , di Guido AlfaniI programmi elettorali dedicano ampio spazio a temi di riforma fiscale, ma di solito omettono di esplicitare a quale idea di società corrispondono. Esaminiamo il caso dell'imposta di successione. Allo stato attuale, l'aliquota è già poco più che simbolica: 4% del valore netto dell'asse ereditario per coniugi e discendenti diretti, con una franchigia di un milione di euro per ogni singolo beneficiario.
Eppure troviamo esplicitamente, nel programma di Forza Italia, la proposta di abolirla totalmente, misura che sarebbe senz'altro compatibile con il (più vago) programma comune del centrodestra. Al contrario, il Partito democratico propone di aumentare l'imposta sulle successioni superiori ai 5 milioni di euro, per finanziare una dotazione di 10.000 euro per i giovani.
Questa polarizzazione nelle posizioni politiche contrasta con le origini dell'imposta. Prima quasi sconosciuta, l'imposta di successione universale fu i…
I programmi elettorali dedicano ampio spazio a temi di riforma fiscale, ma di solito omettono di esplicitare a quale idea di società corrispondono. Esaminiamo il caso dell'imposta di successione. Allo stato attuale, l'aliquota è già poco più che simbolica: 4% del valore netto dell'asse ereditario per coniugi e discendenti diretti, con una franchigia di un milione di euro per ogni singolo beneficiario.
Eppure troviamo esplicitamente, nel programma di Forza Italia, la proposta di abolirla totalmente, misura che sarebbe senz'altro compatibile con il (più vago) programma comune del centrodestra. Al contrario, il Partito democratico propone di aumentare l'imposta sulle successioni superiori ai 5 milioni di euro, per finanziare una dotazione di 10.000 euro per i giovani.
Questa polarizzazione nelle posizioni politiche contrasta con le origini dell'imposta. Prima quasi sconosciuta, l'imposta di successione universale fu introdotta dalla Francia rivoluzionaria nel 1791, poi imitata dagli altri Paesi occidentali. Da subito, a parte generare entrate per lo Stato, l'imposta di successione servì a limitare il predominio economico dei detentori di grandi patrimoni, e in particolare quelli di origine nobiliare che venivano ereditati e non creati attraverso le proprie capacità.
Anche negli Stati Uniti, dove pure non esisteva un ceto nobiliare, l'imposta di successione introdotta nel 1916 serviva, oltre a co-finanziare l'intervento nella Prima guerra mondiale, a contrastare quell'aristocrazia del denaro che, secondo alcuni, era sul punto di catturare il sistema economico (e politico) nazionale. Un po' ovunque le imposte di successione furono rafforzate nei decenni seguenti, con l'obiettivo esplicito di costruire società più aperte e mobili, e quindi più "giuste".
Come per la progressività dell'imposta sul reddito, che ho esaminato in un recente articolo su la Repubblica, su questo tema non vi era contrasto tra destra e sinistra: anche un conservatore come Winston Churchill sosteneva (nel 1924) che l'imposta di successione fosse "un correttivo contro l'emergere di una razza di ricchi oziosi", e che fosse necessaria per limitare i conflitti di classe e, in definitiva, per proteggere il sistema capitalistico (in questo quadro fa eccezione l'Italia del Ventennio visto che Mussolini abolì l'imposta di successione nel 1923, reintroducendola nel 1930 ma con aliquote basse).
guido.alfani@unibocconi.it