A questo giro va così, è il turno delle mezze decisioni. Sulla tavola imbandita per le prossime politiche si serve un menu vegetariano, però anche un po' l'opposto, con sapori di carne e di salumi. Colpa di partiti incapaci di scegliere perché incerti di se stessi, della propria identità. Colpa altresì delle regole anfibie che abbiamo sul groppone, a partire dalla legge elettorale.
Fra tali regole, c'erano una volta le primarie, modalità iperdemocratica per selezionare i candidati alle elezioni. Il Pd ne avrebbe l'obbligo a norma di statuto (articolo 4, comma 4), ma a quanto pare stavolta non c'è tempo, il tempo è sempre così poco. Anche lo statuto di Fratelli d'Italia (articolo 2, comma 6) adotta le primarie "come metodo principale di individuazione delle candidature", e così vari altri partiti. Parole al vento, promesse rimangiate. Gli unici a prenderle sul serio - al…
A questo giro va così, è il turno delle mezze decisioni. Sulla tavola imbandita per le prossime politiche si serve un menu vegetariano, però anche un po' l'opposto, con sapori di carne e di salumi. Colpa di partiti incapaci di scegliere perché incerti di se stessi, della propria identità. Colpa altresì delle regole anfibie che abbiamo sul groppone, a partire dalla legge elettorale.
Fra tali regole, c'erano una volta le primarie, modalità iperdemocratica per selezionare i candidati alle elezioni. Il Pd ne avrebbe l'obbligo a norma di statuto (articolo 4, comma 4), ma a quanto pare stavolta non c'è tempo, il tempo è sempre così poco. Anche lo statuto di Fratelli d'Italia (articolo 2, comma 6) adotta le primarie "come metodo principale di individuazione delle candidature", e così vari altri partiti. Parole al vento, promesse rimangiate. Gli unici a prenderle sul serio - almeno in apparenza - sono stati i 5 Stelle, con le "parlamentarie" celebrate subito dopo Ferragosto. Peccato tuttavia che i più votati abbiano dovuto accontentarsi della seconda o terza fila, giacché i primi della lista (gli unici con un posto assicurato) sono i 15 campioni individuati in solitudine da Conte. Insomma, una scelta dimezzata. E anche un mezzo campionato, dove le squadre giocano benché lo scudetto sia stato già assegnato.
Anche il modulo di gioco, però, è un ossimoro disegnato alla lavagna. Colpa dell'allenatore, se ha le idee troppo confuse. Quanto al Pd, Letta avrebbe potuto percorrere due schemi: un polo riformista, sotto il simbolo dell'agenda Draghi, qualunque cosa sia; un nuovo Cln contro il pericolo fascista, dai 5 Stelle agli ex di Forza Italia. Invece ha messo dentro un po' di fan dell'esecutivo Draghi (Renzi però no), un po' di quanti ne hanno decretato la caduta (Conte però no). Restando così in mezzo alla strada, col rischio d'essere investito da ambedue le direzioni. Dove peraltro corrono, sia a destra che a sinistra, formazioni né di destra né di sinistra. La loro somma forma il Centro, creatura mitologica con una gamba di qua (Toti), l'altra di là (Calenda): un centro senza baricentro. D'altronde perché impegnarsi in scelte univoche e precise, quando l'ambiguità può recarti in dote la vittoria? Ne è prova l'atteggiamento di Giorgia Meloni, la grande favorita per il governo che verrà: da lei una solenne abiura del fascismo, ma non la rimozione della fiamma tricolore, che ha accompagnato tutti i partiti postfascisti.
"La triste verità" diceva Hannah Arendt "è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive". Ma in questa strampalata vigilia elettorale, il male non deriva unicamente dalle scelte ondeggianti dei partiti, che allargano il moto di sfiducia verso la politica italiana. Deriva altresì dalle regole del voto, a propria volta bifide, irrisolte. La legge sulla par condicio, per esempio: arcigna sulla tv e la radio, con un minutaggio del "tempo di notizia" e del "tempo di parola" affidato all'Agcom; però disarmata rispetto ai social media, dove ormai scorre il fiume della comunicazione. Ed è incoerente la stessa legge elettorale - il Rosatellum - con il suo mix di proporzionale e di maggioritario, che non sa garantire né la rappresentanza né la governabilità. L'unico suo effetto garantito è di trasformare l'elezione in cooptazione, attraverso il doppio marchingegno delle pluricandidature e delle liste bloccate.
Da qui una (mezza) conclusione. Se i partiti ci propongono programmi dimezzati e alleanze taroccate; se la sola riforma di sistema che hanno votato coralmente stabilì il dimezzamento dei parlamentari, salvo poi recriminare sottovoce per le poltrone perse; allora non dovranno lamentarsi se poi alle urne si presenterà mezzo elettore, se l'altro mezzo resterà a guardare.