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Draghi e l'Agenda della realtà

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Il discorso del premier al Meeting di Rimini contro sovranismo e autarchia
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La domanda più semplice che le forze politiche - in particolare quelle di centrodestra - dovrebbero porsi in questa fase è: si può essere davvero sovranisti nel 2022? Al di là della propaganda elettorale e della retorica nazionalista strumentalmente utilizzata per catturare qualche voto in più, il punto centrale sollevato ieri da Mario Draghi ruota proprio intorno

a questo interrogativo. La politica estera del nostro Paese dal 26 settembre in poi, dopo cioè che le polveri delle urne si saranno posate, dovrà fare i conti con la necessità di svelare gli inganni che hanno accompagnato buona parte del confronto tra i partiti. Il presidente del consiglio in carica non ha solo ricordato che il posto dell'Italia è nell'Ue e nell'Alleanza atlantica, ma anche che è impossibile perseguire una linea isolazionista. Sostanzialmente l'Italia da sola non può farcela.


Il miraggio autarchico, allora, sv…

La domanda più semplice che le forze politiche - in particolare quelle di centrodestra - dovrebbero porsi in questa fase è: si può essere davvero sovranisti nel 2022? Al di là della propaganda elettorale e della retorica nazionalista strumentalmente utilizzata per catturare qualche voto in più, il punto centrale sollevato ieri da Mario Draghi ruota proprio intorno

a questo interrogativo. La politica estera del nostro Paese dal 26 settembre in poi, dopo cioè che le polveri delle urne si saranno posate, dovrà fare i conti con la necessità di svelare gli inganni che hanno accompagnato buona parte del confronto tra i partiti. Il presidente del consiglio in carica non ha solo ricordato che il posto dell'Italia è nell'Ue e nell'Alleanza atlantica, ma anche che è impossibile perseguire una linea isolazionista. Sostanzialmente l'Italia da sola non può farcela.


Il miraggio autarchico, allora, svanirà proprio in autunno. La guerra in Ucraina sarà ancora il primo detonatore dei problemi europei e italiani. Lo sarà perché si tratta di un conflitto destinato a non concludersi rapidamente e anzi, dopo il recente attentato di Mosca, potrebbe rivelarsi ancora più cruento. Gli Usa si stanno apprestando a irrobustire gli aiuti a Zelensky anche per questo. Ma se l'Italia e il fronte occidentale possono avere ancora l'opportunità di non farsi coinvolgere direttamente nella guerra, non possono schivarne le conseguenze.


Tutti saranno dunque costretti ad affrontare tre gigantesche ripercussioni: la crisi energetica e quindi economica, quella umanitaria e quella alimentare. Il futuro esecutivo sarà in grado di porsi in condizione di non subire almeno danni maggiori? Di elaborare risposte concrete ed efficaci? La destra in questi giorni ha dimostrato di essere verticalmente spaccata nel rapporto con Kiev e Mosca. L'idea di Salvini di ripensare le sanzioni sortisce soprattutto l'effetto di indebolire il fronte occidentale e quindi di rimettere il nostro Paese in un angolo. Chiuso e isolato rispetto agli alleati. Senza autorevolezza e senza esercitare alcun ruolo. Un rischio che renderebbe ancora più fragile il nostro Paese, già indebolito dalla gigantesca montagna di debito pubblico. E che invece avrebbe bisogno, come è accaduto negli ultimi diciannove mesi, di una leadership credibile. Per di più mostrarsi incerti e ambigui equivale a inimicarsi gli Stati Uniti che sono tornati a considerare strategico il braccio di ferro con il Cremlino e con la Cina. Senza considerare che Biden sta per affrontare a novembre con le elezioni di midterm uno dei passaggi più delicati del suo mandato. Avere solo il sospetto che un grande Paese del Vecchio Continente lavori per Donald Trump, non sarà certo d'aiuto.


Con l'Ucraina ancora belligerante, la crisi del gas sarà esplosiva. Non può essere gestita senza un concerto europeo. A meno di non voler stracciare e svendere la nostra sovranità dietro un sovranismo di facciata. L'ungherese Orbán si sta comportando esattamente in questo modo: è andato a Mosca per pietire ulteriori rifornimenti di gas e petrolio. Si sta mettendo nelle mani di Putin. Ma davvero può essere un esempio per il futuro inquilino di Palazzo Chigi?


Lo stesso discorso riguarderà l'emergenza umanitaria. Se nessuno, anche a Bruxelles diventata improvvisamente muta in questo agosto, contesta in maniera decisa le mosse di Budapest, è perché in quel Paese ci sono quasi due milioni di rifugiati ucraini. Il prossimo governo si può quindi concedere il lusso di fare altrettanto? Molto probabilmente a settembre verranno registrati un numero di arrivi di extracomunitari pari a quello totale dello scorso anno: circa 70 mila. Sarà possibile per il nuovo esecutivo ignorarlo? E davvero si potrà immaginare di risolvere la questione con irrealizzabili blocchi navali? Senza l'aiuto e l'intesa con l'Unione europea? E senza la consapevolezza che la Russia - sempre la Russia - farà in modo nei prossimi giorni di aprire in Libia il rubinetto avvelenato e incontrollato dei migranti? La guerra ibrida è a un passo dai nostri confini eppure sembra che i partiti candidati a governare lo ignorino del tutto.


Dinanzi a fattori ed elementi transnazionali e globali, immaginare dunque di rispondere con una politica neoisolazionista è semplicemente irrealistico. I suggerimenti lanciati ieri da Draghi si basavano su queste considerazioni. Anche perché a settembre prevedibilmente le cose non miglioreranno. Anzi, a pochissimi chilometri di distanza potrebbe esplodere un'altra grana: il conflitto Kosovo-Serbia visto dal primo settembre le autorità kosovare non riconosceranno più i documenti serbi. Lo zampino di Mosca non mancherà pure in quel caso.


La destra italiana dovrà quindi sciogliere alcuni di questi nodi già durante la campagna elettorale. Perché, se dovesse vincere le elezioni, avrà l'obbligo di confrontarsi subito su questo terreno. Dovrà probabilmente ammettere che la cosiddetta "Agenda Draghi" era ed è soltanto l'"Agenda della realtà". E che a Washington e a Bruxelles troverà giudici severi. Probabilmente l'Ue cercherà nella prima fase di costruire un rapporto con la nuova maggioranza. Ne ha bisogno: anche l'Unione europea del resto deve ricomporre una leadership indebolita dalle elezioni in Germania e in Francia, e dalle presidenze gracili delle maggiori istituzioni comunitarie. Ma se la risposta non sarà collaborativa, il 2023 potrebbe essere uno degli anni più difficili per il nostro Paese.