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I vincoli della politica estera

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La guerra in Ucraina e la crisi pandemica riportano in primo piano le tematiche internazionali in vista delle elezioni del 25 settembre
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Le elezioni non si vincono sulla politica estera. È vero un po’ ovunque. Ma la crisi pandemica e la guerra in Ucraina mettono i governi di fronte a scelte di campo, espongono le contraddizioni delle forze politiche, amplificano l’attenzione degli elettori. Il dibattito sulle alleanze, sui rapporti di forza, sulle vulnerabilità assume quindi più rilievo politico. Anche in Paesi come il nostro, spesso poco consapevoli della dimensione esterna.
Una linea di politica estera, d’altra parte, non si improvvisa. Al di là della collocazione geografica e della storia, essa è soprattutto frutto di metodo, di contenuti e di strumenti. Sono fattori che rendono forti anche contro chi vuole interferire da fuori.


Il metodo anzitutto. Non può che essere quello dell’interesse nazionale, fondamento e misura di ogni iniziativa, come dimostra il comportamento, certamente legittimo pur se a tratti perfino disinvolto, dei nostri princip…

Le elezioni non si vincono sulla politica estera. È vero un po’ ovunque. Ma la crisi pandemica e la guerra in Ucraina mettono i governi di fronte a scelte di campo, espongono le contraddizioni delle forze politiche, amplificano l’attenzione degli elettori. Il dibattito sulle alleanze, sui rapporti di forza, sulle vulnerabilità assume quindi più rilievo politico. Anche in Paesi come il nostro, spesso poco consapevoli della dimensione esterna.
Una linea di politica estera, d’altra parte, non si improvvisa. Al di là della collocazione geografica e della storia, essa è soprattutto frutto di metodo, di contenuti e di strumenti. Sono fattori che rendono forti anche contro chi vuole interferire da fuori.


Il metodo anzitutto. Non può che essere quello dell’interesse nazionale, fondamento e misura di ogni iniziativa, come dimostra il comportamento, certamente legittimo pur se a tratti perfino disinvolto, dei nostri principali partners. Da noi, il tema è stato spesso trattato con pudore, identificato con una sorta di multilateralismo di maniera, teso ad evitare prese di posizione troppo nette e definite. Per uscire dall’indeterminatezza, andrebbe sgombrato il campo da un equivoco: l’interesse nazionale non si esaurisce nell’opinione parziale di una maggioranza politica; esso è sempre il frutto, oggi più che mai, di un’opera di sintesi tra una pluralità di fattori e condizionamenti; la sintesi spetta ai governi, il giudizio ai Parlamenti e in ultima analisi ai cittadini elettori. Non è arbitrio pretenzioso dunque, ma piuttosto arte del possibile. E va perseguito convintamente.


I contenuti poi. Non possono prescindere dal contesto generale. Esso è fatto ora e per il futuro prevedibile più di deterrenza che di collaborazione, con la Russia come con la Cina; di ricompattamento più deciso delle alleanze occidentali, corroborate da un’Ue da rafforzare; di spazi per iniziative e mediazioni autonome assai ridotti o nulli. Dirsi meritoriamente atlantisti e europeisti rischia a questo punto di non bastare: ciascuna di queste formule - pur senza prescindere da una pragmatica valutazione costi/benefici - postula la necessità di decisioni conseguenti. Che si tratti di continuare nelle forniture militari all’Ucraina e negli embarghi a Russia e Cina oppure di trovare un modo di stare in Europa che coniughi i nostri interessi con aggiornate regole comuni. Insomma, la disponibilità a compiere scelte spesso ispirate a logiche geopolitiche e valoriali più che alla semplice convenienza economica. Un chiaro schieramento dalla parte dell’Occidente è tra queste. Lo è pure sfruttare appieno gli strumenti europei per rafforzare la sovranità nazionale con riforme strutturali. Lo sono scelte energetiche che ci sottraggano ai ricatti.


Gli strumenti infine. Non mancano. Sappiamo di poter disporre di eccellenti reparti militari, di una diplomazia impegnata e efficiente, di una intelligence non seconda a nessuno nei settori più delicati della nostra sicurezza. Sono presidi a disposizione del Governo per rendere possibile in concreto il perseguimento dei nostri obiettivi.


A mancare, sono stati a tratti due elementi: la determinazione, al pari dei nostri partners, a fare pieno uso - pur nel rispetto del perimetro dell’ordinamento giuridico - dei nostri mezzi; e poi la possibilità di farlo, magari attraverso un organo apposito, in modo coordinato e sinergico. Il primo profilo riguarda scelte politiche rispettabili, frutto senza dubbio di circostanze e valutazioni di volta in volta differenti. Il secondo ha implicazioni di carattere più istituzionale e strutturale, connesse anche con la funzione di mero indirizzo e coordinamento del presidente del Consiglio nel nostro ordinamento. Vi è forse motivo di riflettere se, pur a normativa vigente, non esistano istanze governative - ad esempio, il Comitato per la Sicurezza della Repubblica (Cisr) - il cui ruolo, opportunamente valorizzato, già si presti a gestire crisi internazionali che abbiano rilievo diretto per la sicurezza nazionale.


In definitiva, al di là delle prese di posizione e delle dichiarazioni, a dare peso e autorevolezza ad un Paese nelle relazioni internazionali resta pur sempre la sostanza e la coerenza dei comportamenti. Su questa base, la chiarezza delle scelte fa la credibilità dell’Italia.