Le ostilità alla proposta del Pd di rendere obbligatoria la frequenza alla scuola dell'infanzia ha suscitato due tipi di reazioni negative diverse. Una, tutta ideologica, che accusa la proposta di "sovietismo", di voler strappare i bambini dalle cure familiari (ovviamente intendendo materne), si immagina allo scopo di volerli indottrinare precocemente, anche se non è chiaro a che cosa. Riecheggia l'obiezione dell'allora presidente Nixon negli anni Sessanta del secolo scorso, quando pose il veto appunto ad una legge pur approvata dal Congresso Usa, che intendeva introdurre nell'ordinamento scolastico quella scuola dell'infanzia che era ampiamente diffusa nella maggioranza dei Paesi europei, Italia inclusa. Riecheggia anche le obiezioni rivolte a lungo da parti del mondo cattolico al tempo pieno nella scuola elementare, con lo stesso tipo di motivazioni, salvo accettare senza problemi che le scuole private confessionali spesso facciano concorr…
Le ostilità alla proposta del Pd di rendere obbligatoria la frequenza alla scuola dell'infanzia ha suscitato due tipi di reazioni negative diverse. Una, tutta ideologica, che accusa la proposta di "sovietismo", di voler strappare i bambini dalle cure familiari (ovviamente intendendo materne), si immagina allo scopo di volerli indottrinare precocemente, anche se non è chiaro a che cosa. Riecheggia l'obiezione dell'allora presidente Nixon negli anni Sessanta del secolo scorso, quando pose il veto appunto ad una legge pur approvata dal Congresso Usa, che intendeva introdurre nell'ordinamento scolastico quella scuola dell'infanzia che era ampiamente diffusa nella maggioranza dei Paesi europei, Italia inclusa. Riecheggia anche le obiezioni rivolte a lungo da parti del mondo cattolico al tempo pieno nella scuola elementare, con lo stesso tipo di motivazioni, salvo accettare senza problemi che le scuole private confessionali spesso facciano concorrenza a quelle pubbliche proprio perché offrono il tempo pieno.
L'ostilità, infatti, a ben vedere non riguarda il servizio in sé, che infatti è fruito dal 90 per cento circa della fascia di età interessata, tra offerta pubblica (78% circa), paritaria e privata. Riguarda il fatto che sia pubblico, ovvero, sperabilmente, pluralistico, aperto alle differenze e inclusivo di tutti, per offrire ai bambini opportunità di crescita non vincolate esclusivamente alle risorse economiche e culturali e alle opzioni valoriali dei genitori, pur nel rispetto di queste ultime. È motivata dalla rivendicazione di un diritto proprietario dei genitori sull'educazione, quindi anche sulle chance di vita, dei loro figli e figlie. Un diritto proprietario che finisce sia per ribadire le disuguaglianze e la loro riproduzione intergenerazionale, sia cristallizzare differenze culturali e valoriali.
Il secondo tipo di obiezioni riguarda il costo che comporterebbe un ampliamento dell'offerta delle scuole dell'infanzia pubbliche (e paritarie), costo, per altro, non proibitivo vista la loro già ampia diffusione, a differenza dei nidi. La domanda cui si deve rispondere preliminarmente è se si condivide l'idea che occorre contrastare il più precocemente possibile le disuguaglianze nello sviluppo delle capacità dovute alle condizioni, innanzitutto ma non solo socio-economiche, documentate da un'ampia letteratura scientifica e di ricerca nazionale e internazionale. Universalizzare la frequenza di spazi educativi extrafamiliari è uno strumento essenziale per favorire pari opportunità di sviluppo e crescita, riducendo anche le disuguaglianze territoriali, come per altro avviene già nel Pnrr. Nel Mezzogiorno i tassi di copertura sono infatti inferiori a quelli del Centro-Nord, anche se ben più alti di quelli denunciati dall'onorevole Carfagna nella sua incomprensibile critica alla proposta di Letta, mettendo insieme nidi e scuole dell'infanzia. E molte scuole dell'infanzia nel Mezzogiorno sono a tempo parziale e senza mensa. Una scarsità di offerta e organizzativa che spinge molte famiglie non già a tenere i bambini a casa, ma ad iscriverli precocemente alla scuola primaria.
Porsi l'obiettivo di un'offerta universale e gratuita di qualità significa porre le basi delle pari opportunità e di adempimento dell'articolo 3 della Costituzione a partire dai bambini. Ciò faciliterebbe anche le pari opportunità tra madri e padri, creando anche buona occupazione. Non chiamiamolo obbligo, se la parola non piace, anche se è una scelta fatta già dal 90% dei genitori e chi non la fa è spesso proprio chi - straniero, o in condizione di forte marginalità sociale - dovrebbe essere incoraggiato a mandare i bambini alla scuola dell'infanzia. Chiamiamola offerta universale e gratuita a favore dei più piccoli, ed anche dei loro genitori.