Per uno dei paradossi della politica, gli stessi personaggi che poche settimane fa hanno negato la fiducia a Draghi (cioè Conte, Salvini e Berlusconi) adesso si precipitano a chiedergli un intervento urgente per tamponare la crisi del gas. Che il costo crescente dell’energia sia un dramma, è evidente; purtroppo era già chiaro alla fine di luglio, con la guerra in corso nell’Europa dell’est, quando il presidente del Consiglio è stato indotto alle dimissioni. Ora, a Camere sciolte, gli stessi partiti della dissolta maggioranza, a cui dall’opposizione si aggiunge Giorgia Meloni, si dicono pronti ad approvare uno o più decreti urgenti.
In altre parole la realtà si sta imponendo sul solito modo…
Per uno dei paradossi della politica, gli stessi personaggi che poche settimane fa hanno negato la fiducia a Draghi (cioè Conte, Salvini e Berlusconi) adesso si precipitano a chiedergli un intervento urgente per tamponare la crisi del gas. Che il costo crescente dell’energia sia un dramma, è evidente; purtroppo era già chiaro alla fine di luglio, con la guerra in corso nell’Europa dell’est, quando il presidente del Consiglio è stato indotto alle dimissioni. Ora, a Camere sciolte, gli stessi partiti della dissolta maggioranza, a cui dall’opposizione si aggiunge Giorgia Meloni, si dicono pronti ad approvare uno o più decreti urgenti.
In altre parole la realtà si sta imponendo sul solito modo frenetico ma distratto, in fondo dissociato rispetto alla vita quotidiana delle persone, in cui la campagna elettorale è cominciata. Peraltro questo sussulto di unità nazionale imposto dalle circostanze porta con sé anche un messaggio per il domani. È solo un indizio, s’intende, tuttavia è giusto domandarsi se l’autunno finirà per sconvolgere i piani delle forze politiche così come sta mettendo a soqquadro i ritmi della campagna. Non si potrà certo ignorare il risultato delle elezioni, visto che i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi persino in anticipo rispetto alla scadenza, eppure è inevitabile porsi qualche interrogativo. Dopo il 25 settembre dovrebbe palesarsi all’improvviso una classe dirigente legittimata dal voto: ma si tratterà almeno in parte della stessa che ha dovuto farsi da parte con riluttanza per un anno e mezzo a causa della propria inconsistenza, lasciando il campo a Draghi.
Non stupisce allora che la leader di Fratelli d’Italia ammetta di “non riuscire a dormire la notte” al pensiero della responsabilità che sta per caderle sulle spalle. Ma la verità è che nessuno sa esattamente cosa accadrà a partire da ottobre. Ovvio che il Quirinale dovrà rispettare l’esito delle urne: in tal senso c’è una sensibile differenza tra l’autunno 2022 e il febbraio 2021, quando una legislatura semi-fallita permise e anzi impose a Mattarella di convocare Draghi. Ora sarà diverso. Avremo probabilmente, almeno così dicono i sondaggi, uno schieramento — il centrodestra — che prevarrà sull’altro, ma non possiamo prevedere il peso dei gruppi parlamentari. Si può invece immaginare che la strada verso il nuovo governo sarà tutt’altro che in discesa. Già adesso i segnali non mancano. Quando Giorgia Meloni dice: “non vedo come Mattarella possa non darmi l’incarico”, si rivolge non tanto al Colle quanto ai partner della sua coalizione. È da loro che deve guardarsi. E infatti Salvini corre a precisare: “prima votiamo, poi lasciamo decidere al capo dello Stato”. Qui il capo
della Lega non sta parlando da fine costituzionalista, bensì da politico desideroso di non farsi mettere da parte. E Berlusconi non è da meno, visto che ha riscoperto la sua anima “atlantista ed europeista” e cerca il contatto con il Partito Popolare.
Come dire che il centrodestra non è affatto coeso sull’ipotesi Meloni. Certo, prima bisogna votare. Ma dopo comincerà un’altra partita in cui si vedranno i consensi reali di FdI, il quadro internazionale e lo stato dei rapporti nel centrodestra. Nei prossimi giorni Giorgia Meloni si sforzerà di farsi conoscere e valutare in Europa. Sappiamo anche che Draghi, come ha detto a Rimini, si pone quale garante della nuova fase politica: s’intende, a certe condizioni. E dunque non c’è motivo oggi di tirare in ballo Mattarella, se non per sottintendere che potrebbe essere il centrodestra a cambiare le carte in tavola dopo il voto. In fondo qualcuno, dietro le quinte, già suggerisce una “maggioranza Ursula”. Che in codice vuol dire dividere la destra e prenderne un pezzo (Forza Italia) per creare una coalizione centrista.