Elezioni, la destra e le prove di presidenzialismo
di Carlo Galli , di Carlo GalliUna costante di questa campagna elettorale è una doppia perentoria richiesta di Giorgia Meloni: una diretta, rivolta ai suoi alleati, perché accettino la regola che sia indicato al Capo dello Stato, come presidente del Consiglio, il leader del partito che avrà conquistato più voti; e l'altra, indiretta, destinata allo stesso presidente della Repubblica perché a questa regola si attenga: "Non vedo per quale motivo Mattarella non dovrebbe incaricarmi, se FdI vincesse le elezioni".
Alla prima richiesta Berlusconi ha acconsentito esplicitamente, mentre Salvini si è mostrato più freddo, portando così allo scoperto una difficoltà interna al cartello delle destre: il leader della Lega non intende consegnare il primato a Meloni. Potrebbe esserci sullo sfondo la divisione di politica internazionale che separa l'atlantismo di FdI dalle pregressa russofilia della Lega: molti possono avere interesse che la lea…
Una costante di questa campagna elettorale è una doppia perentoria richiesta di Giorgia Meloni: una diretta, rivolta ai suoi alleati, perché accettino la regola che sia indicato al Capo dello Stato, come presidente del Consiglio, il leader del partito che avrà conquistato più voti; e l'altra, indiretta, destinata allo stesso presidente della Repubblica perché a questa regola si attenga: "Non vedo per quale motivo Mattarella non dovrebbe incaricarmi, se FdI vincesse le elezioni".
Alla prima richiesta Berlusconi ha acconsentito esplicitamente, mentre Salvini si è mostrato più freddo, portando così allo scoperto una difficoltà interna al cartello delle destre: il leader della Lega non intende consegnare il primato a Meloni. Potrebbe esserci sullo sfondo la divisione di politica internazionale che separa l'atlantismo di FdI dalle pregressa russofilia della Lega: molti possono avere interesse che la leadership del Paese spetti all'una o invece all'altro.
Come che sia, Meloni non si sente sicura e si rivolge al Capo dello Stato in pratica per dirimere una controversia partitica, ossia per vedersi garantito l'incarico, a condizione che vinca le elezioni. E in questo tirare Mattarella per la giacca c'è una sgrammaticatura, una forzatura - in primo luogo formale - rispetto al galateo repubblicano.
Il presidente della Repubblica va lasciato fuori dalle dinamiche politiche dirette: per l'origine parlamentare e non popolare della sua carica, per la qualità regolativa e di garanzia del suo ufficio, è un'istituzione super partes, custode della Costituzione e della regolarità del processo politico, un potere neutro, e per questo efficace e credibile.
Già Berlusconi è recentemente incorso in una gaffe, prospettando la necessità (per nulla esistente, in verità) delle dimissioni di Mattarella nell'ipotesi che venga votata una riforma presidenzialistica della Carta. A quella si aggiunge l'insistenza di Meloni. In un modo o nell'altro la destra vuole coinvolgere la presidenza della Repubblica nella campagna elettorale. E di fatto il tema è sempre quello dell'insofferenza per l'autonomia del Quirinale.
Un'insofferenza che a ben guardare non è solo una questione di galateo, ma una pressione populista sulle istituzioni, e sulla più alta di queste. C'è a destra l'idea della non democraticità di un potere che non sia la diretta espressione della volontà popolare. L'idea, insomma, che ogni potere è legittimo, è riconoscibile, solo se è immediatamente politico.
In sostanza Meloni anticipa le logiche del presidenzialismo che si propone di realizzare in futuro: se oggi il Capo dello Stato non è eletto dal popolo, e non è anche capo del governo, come nel progetto di FdI, almeno si comporti secondo quell'indirizzo, e dia senz'altro l'incarico al leader più votato.
Queste prove psicologiche di presidenzialismo prefigurano una diversa Costituzione, e intendono fin d'ora abituarvi gli italiani, come a qualcosa di ovvio. E invece questo nuovo assetto politico proprio ovvio non è: a Costituzione vigente, infatti, il Capo dello Stato non incarica il leader del partito più votato ma quel politico che abbia maggiori probabilità di organizzare una maggioranza in Parlamento.
È un ragionamento a guidare il Capo dello Stato, non un calcolo numerico: oggi come ieri. Non solo i governi tecnici della Seconda e della Terza Repubblica, ma anche quelli politici della Prima, sono nati, quando le circostanze lo chiedevano, intorno a politici che guidavano partiti minoritari (Spadolini e Craxi).
Il punto è che la nostra non è una democrazia plebiscitaria ma parlamentare: il popolo decide direttamente come essere rappresentato nel Legislativo, ma non da chi sarà governato. Il potere del popolo non è un diktat che chiude la dialettica politica ma è l'inizio di un discorso, di un processo che si svolge nell'istituzione che dalla parola prende il nome, il Parlamento, su impulso di una istituzione, il Quirinale, che autonomamente interpreta la voce del popolo per inserirla in un equilibrato dispositivo di poteri.
La democrazia della mediazione deve cedere davanti all'immediatezza implicita nel presidenzialismo: è questa la sfida populista che la destra lancia, ostinatamente. La risposta è, ora e nel prossimo futuro, nella lotta per la Costituzione.