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Partiti, gas e Ue: un banco di prova

Il punto di martedì 30 agosto 2022
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In apparenza le forze politiche sono d’accordo per un rapido intervento contro i costi esorbitanti del gas: una parvenza di unità nazionale quasi sorprendente considerata l’asprezza inconcludente della campagna elettorale. In realtà le cose sono più complicate. In tema di energia, con le imprese al limite del collasso, la tentazione di fare propaganda in vista del 25 settembre resta dietro l’angolo. Del resto, le soluzioni sono straordinariamente complesse. Volendo semplificare, sono in sostanza due.

  La prima consiste nel cercare una via d’uscita in ambito europeo: un “tetto al prezzo” che sarebbe possibile attraverso un accordo vincolante tra i governi dell’Unione. Un’intesa la cui premessa è che la Germania ne sia convinta e si dia da fare per superare l’ostilità dell’Olanda. Un patto di questo genere eviterebbe una rincorsa alla spicciolata dei vari paesi a trovare sbocchi naziona…

In apparenza le forze politiche sono d’accordo per un rapido intervento contro i costi esorbitanti del gas: una parvenza di unità nazionale quasi sorprendente considerata l’asprezza inconcludente della campagna elettorale. In realtà le cose sono più complicate. In tema di energia, con le imprese al limite del collasso, la tentazione di fare propaganda in vista del 25 settembre resta dietro l’angolo. Del resto, le soluzioni sono straordinariamente complesse. Volendo semplificare, sono in sostanza due.

  La prima consiste nel cercare una via d’uscita in ambito europeo: un “tetto al prezzo” che sarebbe possibile attraverso un accordo vincolante tra i governi dell’Unione. Un’intesa la cui premessa è che la Germania ne sia convinta e si dia da fare per superare l’ostilità dell’Olanda. Un patto di questo genere eviterebbe una rincorsa alla spicciolata dei vari paesi a trovare sbocchi nazionali, il che implica la quasi certezza di un aumento del deficit (lo “scostamento di bilancio”). La seconda soluzione è invece proprio quest’ultima: mettere da parte l’Europa con le sue lungaggini e sbrigarsi ad adottare una linea semi-autarchica, diciamo così. Quando Salvini propone di adottare un limite all’incremento dei prezzi garantito dallo Stato, ispirandosi al modello della Francia di Macron, suggerisce in modo implicito ma evidente che la differenza tra il prezzo imposto e il mercato sia sostenuta dalle finanze pubbliche.

  In definitiva, la differenza riguarda soprattutto la volontà di affidarsi o no alle iniziative del governo Draghi. Chi vuole evitare l’aumento del deficit, spera che il presidente del Consiglio ottenga in tempi brevi, anzi brevissimi, il fatidico “tetto” al prezzo del gas. Quindi guarda con speranza al Consiglio straordinario dei ministri dell’energia, il 9 settembre, fidando che di qui ad allora emergano notizie positive in grado di rassicurare i mercati. Per Draghi, inutile sottolinearlo, sarebbe un successo politico tale da influire sulla fase post-elettorale, quando si tratterà di ridefinire il ruolo pubblico dell’attuale premier nella nuova stagione. Chi viceversa non crede all’accordo europeo e forse nemmeno lo desidera, preferisce la soluzione nazionale. S’intende, i due aspetti non sono in contraddizione: nulla vieta di immaginare delle misure di pronto intervento da sommare agli sforzi che si sviluppano in Europa. Tuttavia il governo pare orientato a puntare tutte le  carte sulla seconda ipotesi: intesa sul gas concordata nella cornice dell’Unione. Per cui tende a trincerarsi dietro l’ordinaria amministrazione che impedirebbe di uscire dallo stretto sentiero previsto dalla Costituzione (eppure esistono autorevoli pareri secondo cui, in caso di vera urgenza, i poteri dell’esecutivo dimissionario si estendono). 

  Finora le forze politiche sembrano esitare. Nulla vieterebbe un’iniziativa parlamentare, sulla base di accordi trasversali, volta a presentare un emendamento a quel “decreto Aiuti” di cui tanto si è discusso, destinato a essere approvato entro il 20 settembre. Ma suonerebbe come un gesto polemico verso il governo: chi ha fatto cadere il premier sottraendogli la fiducia (Conte, Salvini, Berlusconi) sa che non troverebbe le firme dei sostenitori di Draghi (Pd, Calenda-Renzi, +Europa). Quindi si attende, consapevoli che il tempo stringe. Colpisce l’attitudine di Giorgia Meloni: lei che era all’opposizione di Draghi sarebbe autorizzata più di altri a chiedere aumenti di deficit senza aspettare l’Europa. Viceversa finora difende una linea molto vicina alla posizione di Palazzo Chigi: nessuno scostamento di bilancio e fiducia nell’intesa europea. Ma si capisce: il tema dell’energia è ormai il banco di prova per capire chi sarà nel prossimo futuro un interlocutore affidabile dell’Unione e chi resterà nell’ambiguità. A differenza di Salvini, la leader di FdI sembra aver scelto.