L'Europa alla guerra del gas
di Andrea Bonanni , di Andrea BonanniAlla fine, l'Europa farà quello che avrebbe dovuto fare già all'indomani dell'invasione russa in Ucraina: affrontare insieme la guerra dell'energia, il conflitto parallelo che Putin ha scatenato contro la parte economicamente più vulnerabile dell'Occidente, cioè la Ue. Una battaglia da cui non dipende solo il prezzo dell'energia, ma le stesse prospettive della lotta all'inflazione, che da noi è importata proprio come il gas. Se la decisione di agire insieme su questo fronte non è stata presa fino ad ora non è per ignavia, ma perché si tratta di una scelta difficile sia dal punto di vista filosofico sia, soprattutto, sotto il profilo pratico.
Ideologicamente, infatti, affrontare la que…
Alla fine, l'Europa farà quello che avrebbe dovuto fare già all'indomani dell'invasione russa in Ucraina: affrontare insieme la guerra dell'energia, il conflitto parallelo che Putin ha scatenato contro la parte economicamente più vulnerabile dell'Occidente, cioè la Ue. Una battaglia da cui non dipende solo il prezzo dell'energia, ma le stesse prospettive della lotta all'inflazione, che da noi è importata proprio come il gas. Se la decisione di agire insieme su questo fronte non è stata presa fino ad ora non è per ignavia, ma perché si tratta di una scelta difficile sia dal punto di vista filosofico sia, soprattutto, sotto il profilo pratico.
Ideologicamente, infatti, affrontare la questione energetica in queste circostanze significa riconoscere che le leggi di mercato non hanno funzionato e non sono bastate a regolare né i prezzi, né il volume degli scambi, né l'accantonamento di capitali per finanziare le necessarie trasformazioni. Se consideriamo di essere in una economia di guerra, dettata dall'emergenza di un conflitto non dichiarato con Mosca, questa conclusione può sembrare ovvia. Ma per molte capitali europee, e per la capitale europea, Bruxelles, è un salto ideologico difficile da digerire, anche perché implica un sia pur temporaneo ripudio delle leggi di mercato che sono state per settant'anni il Vangelo indiscusso della Ue. Ancora ad aprile l'Agenzia europea per la cooperazione delle autorità nazionali dell'energia sosteneva che "la struttura del mercato energetico non ha colpe nell'attuale situazione".
Se siamo arrivati a questo punto, dunque, è perché il cappio del gas stretto attorno al collo dell'Europa non lascia più margini per respirare. Come riconoscono ormai i governi nazionali e le stesse autorità europee, né l'industria né le famiglie possono reggere una simile pressione. I Ventisette hanno gettato al vento in pochi mesi oltre duecento miliardi di euro per cercare di calmierare un mercato impazzito. Ma continuare in questa corsa al "si salvi chi può" su base nazionale non è più sostenibile, neppure per i Paesi che hanno risorse molto maggiori delle nostre.
Tuttavia, come si diceva, le difficoltà logistiche sono anche più paralizzanti di quelle filosofiche. Il tetto del gas è un'ottima idea perché fa valere, rispetto ai fornitori, il peso politico dell'Unione. Può calmierare i mercati, ma ha potenzialmente un costo difficilmente quantificabile. Chi lo pagherà? In Spagna, dove è stato introdotto unilateralmente, ha avuto l'effetto di non contenere i consumi e di aumentare le esportazioni sottobanco di energia elettrica verso la Francia, dove si è usata elettricità a basso costo pagata dai contribuenti spagnoli. Da qui la necessità di una decisione comune in materia.
Anche la ipotetica decisione di creare una centrale europea per l'acquisto può far pesare le dimensioni del mercato europeo abbattendo i prezzi, ma i costi di approvvigionamento variano da Paese a Paese e non sarà semplice gestire la redistribuzione. Del resto la corsa a riempire le riserve strategiche, che quasi tutti i governi europei hanno intrapreso con buon successo ciascuno per proprio conto, è stato uno dei fattori che hanno contribuito all'impennata dei prezzi di questi mesi.
L'idea di sganciare il prezzo dell'elettricità da quello del gas è teoricamente ineccepibile e potrà contribuire ad abbassare i prezzi. Ma, se attuata senza le necessarie correzioni, favorirebbe enormemente quei Paesi che meno dipendono dal gas per la produzione di elettricità, come la Francia e il Belgio che contano sul nucleare, i nordici che producono molto con l'eolico o addirittura la Polonia che ancora va a carbone. Il mercato unico può reggere a differenziali del prezzo dell'energia elettrica che non siano controllati e calmierati da un'autorità centrale?
Tutte queste difficoltà sono ovviamente superabili, e dovranno essere superate. Ma non sarà semplice. Ci vorrà tempo per creare davvero un mercato europeo dell'energia che vedrà, inevitabilmente, vincitori e vinti ma che dovrà anche compensare in qualche modo gli squilibri esistenti e quelli che si potranno creare. Un'Europa dell'energia non si potrà fare a metà. Se la faremo, e dobbiamo farla, sarà il più grosso trasferimento di sovranità dopo quello della moneta unica. Proprio quando rimette in discussione il proprio vangelo liberista, l'Europa dovrà dotarsi di un potere forte e centrale per gestire l'abiura, con buona pace dei sovranisti.