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Giorgia Meloni e il nuovo autoritarismo

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia (ansa)

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Non marcia più con gli stivaloni ma in pantofole di velluto e cambia l'esistente tassello dopo tassello. L'antifascismo è superfluo se si esercita solo sugli aspetti più pittoreschi. Per capire di che pasta è fatta la destra non serve demonizzarla ma analizzarne i programmi
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Accusare Giorgia Meloni di nostalgie per l'ideologia mussoliniana significa demonizzarla anziché batterla sul campo delle proposte di governo? Sempre più diffuso è lo slogan "basta con l'uso politico dell'antifascismo". A sostenerlo non sono solo gli adepti della candidata premier di Fratelli d'Italia ma anche storici e politologi moderati o simpatizzanti del centrosinistra.

L'antifascismo è dunque un reperto archeologico, almeno in questa breve campagna elettorale? Gli appelli alla difesa delle libertà democratiche e alla mobilitazione di massa sono vecchi arnesi? Dobbiamo accontentarci di rassicurazioni quali quelle affidate da Meloni stessa a The Spectator: "Quando sono qualcosa lo dichiaro. Se fossi fascista, direi che sono fascista"?

La cartina di tornasole per appurare se la dichiarazione di a-fascismo della leader di FdI è inconfutabile, oppure se è solo una passata di bianco su un …

Accusare Giorgia Meloni di nostalgie per l'ideologia mussoliniana significa demonizzarla anziché batterla sul campo delle proposte di governo? Sempre più diffuso è lo slogan "basta con l'uso politico dell'antifascismo". A sostenerlo non sono solo gli adepti della candidata premier di Fratelli d'Italia ma anche storici e politologi moderati o simpatizzanti del centrosinistra.

L'antifascismo è dunque un reperto archeologico, almeno in questa breve campagna elettorale? Gli appelli alla difesa delle libertà democratiche e alla mobilitazione di massa sono vecchi arnesi? Dobbiamo accontentarci di rassicurazioni quali quelle affidate da Meloni stessa a The Spectator: "Quando sono qualcosa lo dichiaro. Se fossi fascista, direi che sono fascista"?

La cartina di tornasole per appurare se la dichiarazione di a-fascismo della leader di FdI è inconfutabile, oppure se è solo una passata di bianco su un fondo nero, è il decalogo programmatico della coalizione di destra ispirato da Giorgia. Eccone alcuni punti essenziali.

Fra le priorità FdI propone di eliminare il primo comma dell'articolo 117 della Costituzione ("La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali"). Al suo posto fa capolino la più asciutta formula: "La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto delle competenze a essi spettanti". Solo una piccola rifilatura? Non proprio. La modifica maschera una presa di distanza dall'Unione europea, una débâcle dei principi comunitari in nome della Nazione con la "N" maiuscola.

Sciovinismo e orgoglio nazionalistico si affacciano anche nella richiesta fuori tempo massimo di "revisionare" il Pnrr. Il riesame, si dice, è necessitato dalla nuova situazione economica e sociale. Ma il vero scopo di una rivisitazione del Piano (mettendo a rischio l'erogazione di fondi miliardari) è piuttosto quello di posizionare dei cippi di confine, rivendicare una supremazia sulle burocrazie di Bruxelles.

In questo solco si collocano le ripetute critiche di Meloni all'euro, indicato come causa di impoverimento degli italiani. Sono prese di distanza considerate anche all'estero atteggiamenti antieuropei: la Süddeutsche Zeitung, ad esempio, definisce la leader di Fdi "pericolosa per l'economia".

Un forte odore di autarchia promana poi dalla richiesta di estensione del golden power, il potere speciale che lo Stato nazionale si attribuisce per interdire l'acquisto di imprese strategiche da parte di stranieri. La politica "patriottica" porterà molti oneri per gli italiani.

Com'è noto, Meloni vuole tutelarci dagli sbarchi degli immigrati con il blocco navale, violando il diritto dell'Ue e quello internazionale. Insomma la giovane leader è per l'esibizione di muscoli e il clangore delle armi, un suono che ricorda qualcosa.

Nazionalismo esasperato, sciovinismo, autarchia, bellicismo e chi più ne ha più ne metta: dietro l'a-fascismo dichiarato spuntano programmi che richiamano da vicino tempi andati ma non dimenticati. Non vogliamo chiamarlo fascismo? Non vogliamo demonizzare? D'accordo. Ma dobbiamo essere consapevoli che, con scelte quali quelle ricordate s'avanza un forte vento autoritario, isolazionista e revanscista.

Nel fascismo vecchio e nuovo c'è il macabro folclore delle fiammelle tricolori, del braccio teso a 135 gradi, delle targhe stradali gradite ai nostalgici. Ma più al fondo c'è una costellazione di interventi sociali-politico-culturali che intaccano le regole della democrazia e della pacifica convivenza internazionale.

Un'esagerazione? Non c'è un cataclisma in vista? Una svolta autoritaria non arriva sempre improvvisa come uno tsunami. Spesso è il risultato di una lenta ascesa.

Il caso di Viktor Orbán, preso a modello da Meloni, è emblematico: il premier ungherese non ha fatto suonare il campanello per decretare l'avvento della sua "democrazia illiberale", o democratura. Ha riabilitato l'antisemita e filo-nazista Miklòs Horthy come "incomparabile statista", poi ha riportato in auge scrittori ammiratori di Joseph Goebbels e del Partito delle Croci Frecciate, fino a parlare di purezza della razza e a censurare i media indipendenti. Ma soprattutto ha operato in tutti i modi per contrastare la creazione di un potere sovranazionale europeo.

Ancora nazionalismo acceso, isolazionismo e patriottismo deteriore. L'autoritarismo di nuovo conio non marcia con gli stivaloni ma in pantofole di velluto e cambia l'esistente tassello dopo tassello. L'antifascismo è superfluo se si esercita solo sugli aspetti più pittoreschi. Per capire di che pasta è fatta la nuova destra non serve demonizzarla ma analizzarne i programmi.