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Elezioni, la scommessa del Terzo polo

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I sondaggi non sono concordi sulle fortune dell'avventura di Calenda e Renzi
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Il fatto che i sondaggi non siano concordi sulle fortune del cosiddetto "terzo polo" (o "quarto" come si affrettano a sottolineare gli amici di Conte) è in fondo la conferma di quel tanto di misterioso che circonda l'avventura di Calenda e Renzi. Misterioso perché non ci sono veri precedenti negli ultimi decenni. E soprattutto perché esistono validi argomenti per guardare con interesse a questo esperimento e quasi altrettanti per nutrire dubbi sulla sua prospettiva. In poche parole, non è chiaro se il progetto possiede gambe abbastanza forti per camminare. E parliamo della volontà di incunearsi tra un Pd che rischia, dopo il 25 settembre, di tornare ad abbracciare i 5S e una Forza Italia a cui non sembrano bastare le magie verbali di Berlusconi per nascondere il proprio tramonto.


Il disegno è ambizioso, portato avanti con maggiore determinazione e abilità politica di quanto accadde con Mario Monti nel 2013:…

Il fatto che i sondaggi non siano concordi sulle fortune del cosiddetto "terzo polo" (o "quarto" come si affrettano a sottolineare gli amici di Conte) è in fondo la conferma di quel tanto di misterioso che circonda l'avventura di Calenda e Renzi. Misterioso perché non ci sono veri precedenti negli ultimi decenni. E soprattutto perché esistono validi argomenti per guardare con interesse a questo esperimento e quasi altrettanti per nutrire dubbi sulla sua prospettiva. In poche parole, non è chiaro se il progetto possiede gambe abbastanza forti per camminare. E parliamo della volontà di incunearsi tra un Pd che rischia, dopo il 25 settembre, di tornare ad abbracciare i 5S e una Forza Italia a cui non sembrano bastare le magie verbali di Berlusconi per nascondere il proprio tramonto.


Il disegno è ambizioso, portato avanti con maggiore determinazione e abilità politica di quanto accadde con Mario Monti nel 2013: l'unica operazione paragonabile all'attuale, ma tutt'altro che identica nelle premesse e nella gestione. Il primo dubbio riguarda i due protagonisti e il loro conclamato egocentrismo, per cui l'ovvia domanda è: quante settimane, se non giorni, riusciranno ad andare d'accordo dopo il voto? La risposta è: dipende dal risultato. Se hanno ragione i sondaggi che danno il "polo Calenda" intorno al 7,5-8, pronto a volare verso il 10, ci saranno ottimi motivi per restare uniti sulla scena e di lì condizionare, come dicono, "il falso bipolarismo populista". Se invece hanno ragione gli scettici, primo fra tutti Pagnoncelli, che a oggi prevedono un 5 per cento, allora prepariamoci a una rapida resa dei conti.


Al momento - lo si è visto a Milano ieri sera - prevale la capacità di trasmettere un messaggio positivo, in qualche misura originale. Con quel costante evocare Draghi che rappresenta la via più rapida per entrare in sintonia con un elettorato che non perdona la caduta del governo. L'idea di fare di "Italia sul serio" il segmento locale di una rete europea ("Renew Europe") all'insegna dell'innovazione e dell'integrazione può contribuire al salto di qualità, come non si stanca di spiegare Sandro Gozi, l'eurodeputato che ha in Macron il suo punto di riferimento. Non che la grande massa, a malapena disponibile a recarsi alle urne il 25 settembre, sia sensibile al tema; tuttavia il valore simbolico del richiamo all'Europa cattura l'attenzione di un elettorato più attento, magari pronto ad accogliere l'appello contro i limiti del bipolarismo ingessato.


Qui forse è il punto di forza del polo centrista. È una scialuppa a cui si possono aggrappare i delusi di Forza Italia, ormai gregari di FdI e persino di Salvini. Al tempo stesso è un'alternativa offerta al Pd rispetto al futuro ritorno di fiamma in stile Mélenchon con i 5S: un ritorno che potrebbe avere conseguenze anche sulla politica estera e non perché Letta abbia smesso di credere nell'Alleanza Atlantica. Naturalmente gli interlocutori di una tale ridefinizione del Pd e della sua identità sarebbero domani il detestato Renzi e l'altrettanto odiato Calenda. Il che rende molto incerto il cammino. Ma la politica offre sempre delle sorprese. Quel che viene detto in campagna elettorale quasi mai corrisponde al dopo. Ecco perché non è strano che Letta stia accentuando gli attacchi al "terzo polo" in modo simmetrico a quel che fa Berlusconi da destra.
Certo, la frase "chi vota per Calenda e Renzi vota per Giorgia Meloni" è tipica del nervosismo pre-elettorale. Non è così, ovviamente. Ma il segretario del Pd ha bisogno di non perdere le speranze di essere il primo partito, quando si apriranno le famose urne. E quindi bando alle cautele. Vedremo nelle prossime settimane ben altre battaglie nel segno del "voto utile". Tuttavia l'elettorato di oggi non è quello di cinquant'anni fa e le carenze del sistema politico sono evidenti anche ai distratti.