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Se il social è distanza politica

I leader preferiscono parlare dai loro profili, perché non ci sono mediazioni e par condicio
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Se il mezzo della campagna elettorale è il messaggio allora quello della nostra è che non ci serve o addirittura non esiste più la mediazione. A voler andare più a fondo (sì, dai, scaviamo) si può dire che preferiamo la mediazione di un dispositivo a quella di un essere umano. Sulla natura di questa predilezione ho qualche ipotesi: pensiamo di controllare il dispositivo in quanto incosciente o neutro come, epoca per epoca, abbiamo ritenuto - sottraendo coscienza attraverso linguaggio, sistemi giuridici et alia - di controllare animali o altri esseri umani. È anche il motivo per cui preferiamo i selfie alle foto che ci fanno gli altri, il nostro sguardo su noi stessi allo sguardo degli altri si noi stessi. Ma torno alla campagna elettorale. Mediazione e, specificamente, mediazione operata da esseri umani, è uno dei sinonimi di politica democratica, di democrazia. I politici non vogliono essere intervistati, o forse sì, da g…

Se il mezzo della campagna elettorale è il messaggio allora quello della nostra è che non ci serve o addirittura non esiste più la mediazione. A voler andare più a fondo (sì, dai, scaviamo) si può dire che preferiamo la mediazione di un dispositivo a quella di un essere umano. Sulla natura di questa predilezione ho qualche ipotesi: pensiamo di controllare il dispositivo in quanto incosciente o neutro come, epoca per epoca, abbiamo ritenuto - sottraendo coscienza attraverso linguaggio, sistemi giuridici et alia - di controllare animali o altri esseri umani. È anche il motivo per cui preferiamo i selfie alle foto che ci fanno gli altri, il nostro sguardo su noi stessi allo sguardo degli altri si noi stessi. Ma torno alla campagna elettorale. Mediazione e, specificamente, mediazione operata da esseri umani, è uno dei sinonimi di politica democratica, di democrazia. I politici non vogliono essere intervistati, o forse sì, da giornali e televisioni, ma preferiscono parlare ciascuno sui propri canali social. Sui social non è prevista par condicio e non bisogna ascoltare la risposta dell'altro. Sui social, si può rispondere senza discutere. Sembra un ossimoro rispondere senza discutere ma è così e non è una faccenda metaforica, è tecnica. Tutti noi riceviamo, mandiamo e inoltriamo messaggi che contengono domande o richieste alle quali capita di rispondere molto tempo dopo. Quel tempo che passa tra domanda e risposta inibisce la costruzione di una dialettica. La rallenta tanto da disinnescarla.

Mi chiedevo l'altro ieri se avremmo discusso - se discuteremo - la contraddizione che aveva perseguitato Silvio Berlusconi alla sua prima discesa in campo e nella quale sono ricaduti ora tutti i politici candidati che posseggono un account social. Berlusconi possedeva mezzi di comunicazione, canali, con i quali poteva influenzare l'elettorato, attraverso i quali poteva trasformare - e ha trasformato - telespettatori prima in consumatori e poi in elettori. La stessa critica si potrebbe muovere oggi a qualsiasi politico che utilizza e cerca di indirizzare l'elettorato con i propri canali social. Se quella a Berlusconi fosse stata solo una critica nel metodo (non lo era) si potrebbe oggi applicare a chiunque. Ciò che mi pare interessante in questa prospettiva - polverizzazione, parcellizzazione, autodeterminazione che porta alla difficoltà di discutere e comunicare - è l'impossibilità, per un cittadino o una cittadina indecisi, di confrontare i diversi programmi e d'altro canto, la facilità con la quale un partito, una entità politica, possa non avere un programma. Un programma politico non è una serie di slogan, intenzioni o promesse, è una immaginazione temporale e sociale su un futuro più o meno immediato. È troppo compatto per essere sminuzzato in una brevissima campagna elettorale imposta da una estiva crisi di governo in una serie di social che dettano una grammatica di minuti, jingle e caratteri.

Il mezzo di questa campagna elettorale che è poi il messaggio è che l'altro (e dunque l'alterità, la diversità, la differenza) non ci serve.
E se ciò è, allora come è possibile scegliere chi votare? Se l'altro non serve a nessuno come potrà chi andrà al governo badare all'altro e immaginare un mondo per gli altri a venire? All'altro che arriva su una barca e non ha mezzi e non pensa di avere la possibilità di farne, all'altro che insegna in una scuola ed è precario come sono precarie le famiglie degli studenti e delle studentesse e intuisce che così, da quella scarna cattedra, lo studio non può rappresentare una prospettiva avvenente, all'altro ancora che paga tutte le tasse e non se ne lamenta ma si trova circondato da piccoli e grandi evasori, a chi si alza la mattina per andare in una fabbrica di prodotti chimici e plastici e automobili a combustibile e pensa, per tutto ciò che sente intorno, che il futuro è solo green e non ci sarà posto per lui o per lei, a tutti quelli che per scelte sessuali o obbrobriose questioni di Ius soli hanno tutti i doveri ma non tutti i diritti degli altri? Senza abitudine e piattaforme di discussione sarà possibile riconoscere le differenze e scegliere? Non è una questione emotiva, o logica, lo chiedo praticamente. Come è possibile che nessuno dica che il visibile senza la cornice di uno schermo è più politico del visibile nella cornice di uno schermo nonostante dagli schermi tutti dobbiamo passare perché è innegabile che li abbiamo costruiti per favorire le relazioni (telefono), per regalarci il tempo (lavatrice), per colmare disagi territoriali (penso alla radio nazionale che diffonde la lettura di romanzi in paesi dove non esistono biblioteche di consultazione o librerie)? Dopo aver separato, questi nostri rappresentanti, saranno riaggregare o no? E così mentre valutiamo esteticamente questo o quel messaggio TikTok, questo o quel tweet (ciascuno dei quali non costituisce anello di catena comunicativa ma colpo di martello sull'incudine della comunicazione) non ci concentriamo forse abbastanza sul modo. Non è nostalgia di tribuna politica, è rabbia.