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Elezioni,se la politica estera esclude Salvini

(ansa)

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Le diverse visioni tra Lega e FdI spostano poco i sondaggi. Ma creano problemi alla coalizione e al Paese
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All’inizio molti erano convinti che tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini ci fosse una sorta di gioco delle parti sulla politica estera, ma si è capito in fretta che non è così. È evidente che sul tema delle sanzioni occidentali a Mosca si è aperta una questione di straordinaria rilevanza, paragonabile al dibattito del 1949 pro o contro l’adesione alla Nato. Si stanno in altre parole decidendo gli equilibri internazionali del prossimo futuro: in particolare il rapporto euro-atlantico tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. In questo avvio di settembre, tutto lascia pensare che Putin stia mettendo in atto con un supplemento di tenacia la sua strategia, volta a indebolire questo o quel governo dell’Europa occidentale. Non è certo una novità che agli occhi dell’autocrate l’Italia rappresenti il primo premio della lotteria, il che conferma la centralità della politica estera nell’attuale frange…

All’inizio molti erano convinti che tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini ci fosse una sorta di gioco delle parti sulla politica estera, ma si è capito in fretta che non è così. È evidente che sul tema delle sanzioni occidentali a Mosca si è aperta una questione di straordinaria rilevanza, paragonabile al dibattito del 1949 pro o contro l’adesione alla Nato. Si stanno in altre parole decidendo gli equilibri internazionali del prossimo futuro: in particolare il rapporto euro-atlantico tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. In questo avvio di settembre, tutto lascia pensare che Putin stia mettendo in atto con un supplemento di tenacia la sua strategia, volta a indebolire questo o quel governo dell’Europa occidentale. Non è certo una novità che agli occhi dell’autocrate l’Italia rappresenti il primo premio della lotteria, il che conferma la centralità della politica estera nell’attuale frangente.


Ora, è già stato detto con buone ragioni che la posizione di Salvini rappresenta il tallone d’Achille del centrodestra, tanto da preoccupare non poco la premier in pectore Giorgia Meloni. Tuttavia non è forse ancora chiaro a tutti quando sia dirimente la questione internazionale nel momento in cui Putin compie un salto di qualità e arriva ad annunciare in modo esplicito che il gas sarà fornito all’Europa solo se e quando le sanzioni saranno eliminate. Un ricatto perfetto che non consente una linea ambigua nei governi “atlantici”. O meglio, si può anche immaginare che il nuovo esecutivo italiano - a differenza di quello britannico di Liz Truss - introduca dei “distinguo” e rompa la coesione occidentale, ma in tal caso le conseguenze saranno molto serie sul piano delle relazioni internazionali: difficile pensare che un Paese fragile come l’Italia di oggi, bisognoso dell’aiuto esterno, possa sostenere una qualche forma di isolamento.


D’altra parte, non sembra proprio che il tema delle sanzioni alla Russia abbia il potere di invertire quella che gli esperti di comunicazione chiamano “l’inerzia del voto”, ossia la tendenza fotografata dai sondaggi. Non ci sono mutamenti apprezzabili in tale “inerzia”, c’è invece la conferma che Salvini è in affanno, intorno al 12-13 per cento e incalzato dai 5S di Conte (il quale condivide la linea filo-russa, ma con astuzia tiene un profilo basso e lascia che a esporsi sia il leghista). Dunque il problema si sposta dopo il voto, con un centrodestra che si prevede titolare di una solida maggioranza, ma non affidabile sul piano della politica estera a causa della posizione di Salvini. Ed è una posizione non destinata a cambiare, se è vero che il legame ideale tra il capo leghista e il Cremlino è di quelli che non si possono spezzare facilmente.


Come si esce dal vicolo cieco? Una soluzione esiste, ma dipende più che mai dall’esito del voto. Una Lega capace di risalire la china negli ultimi giorni e di toccare almeno il 15-16 potrebbe pretendere un ruolo di primo piano nell’ipotetico governo Meloni. Non sarebbe facile negarglielo. Viceversa, un Salvini che galleggiasse sul 12 per cento potrebbe essere appagato da un incarico istituzionale. È stato evocata persino la presidenza del Senato, che di solito - essendo la seconda carica dello Stato - non viene data a un capo politico in attività. C’è da credere che stavolta si potrebbe fare un’eccezione, così da riaprire le trattative con una Lega tornata alla sua filosofia originaria di “sindacato del Nord”. L’altra strada è quella adombrata da Calenda: il recupero dell’unità nazionale con FdI al posto della Lega ricacciata all’opposizione insieme ai 5S. Ma Calenda sembra parlare agli elettori del cosiddetto “terzo polo” per dar loro una prospettiva: in questo caso un po’ troppo ambiziosa, almeno fin quando Italia sul serio non disporrà di un numero di voti superiore a quelli di cui è finora accreditata.