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Perché arrendersi sarebbe un errore

Enrico Letta sta giocando la sua partita senza arrendersi di fronte ai sondaggi
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Nel parlare ieri alle candidate e ai candidati del Pd radunati on line, Enrico Letta ha toccato due questioni cruciali per chi si augura che l’Italia non si svegli il 26 settembre in mano alla destra sovranista di Meloni e Salvini. Il primo punto, per nulla scontato, è che la partita va giocata fino in fondo. La sinistra italiana, i liberali, i progressisti e gli ambientalisti non possono e non devono dare per perse le elezioni. I sondaggi, la tendenza politica e l’umore nazionale sembrano in effetti suggerire un finale scritto: destra vincente e Meloni a Palazzo Chigi. Ma arrendersi ora a questi numeri sarebbe un errore.  

Sul terreno delle percentuali è quasi impossibile che la destra resti indietro. Formalmente è unita, mentre gli altri sono divisi in tre, e il meccanismo della legge elettorale – lo sciaguratissimo Rosatellum – favorisce chi ammucchia consenso a casaccio, come da diabolica tradizione del maggioritario all’ita…

Nel parlare ieri alle candidate e ai candidati del Pd radunati on line, Enrico Letta ha toccato due questioni cruciali per chi si augura che l’Italia non si svegli il 26 settembre in mano alla destra sovranista di Meloni e Salvini. Il primo punto, per nulla scontato, è che la partita va giocata fino in fondo. La sinistra italiana, i liberali, i progressisti e gli ambientalisti non possono e non devono dare per perse le elezioni. I sondaggi, la tendenza politica e l’umore nazionale sembrano in effetti suggerire un finale scritto: destra vincente e Meloni a Palazzo Chigi. Ma arrendersi ora a questi numeri sarebbe un errore.  

Sul terreno delle percentuali è quasi impossibile che la destra resti indietro. Formalmente è unita, mentre gli altri sono divisi in tre, e il meccanismo della legge elettorale – lo sciaguratissimo Rosatellum – favorisce chi ammucchia consenso a casaccio, come da diabolica tradizione del maggioritario all’italiana: nel calderone dei voti per la destra si sommeranno il filoputinismo di Salvini e il neoatlantismo di Meloni, il sì alle sanzioni per Mosca e il no alle sanzioni, i sedicenti pro Draghi di Forza Italia e i falchi antidraghiani del Carroccio. Il Rosatellum può fare il miracolo di sommare questi consensi, non quello di cancellare le divisioni. Mai come stavolta le elezioni non si giocano solo sulla mera somma matematica dei consensi. Ma affinché le contraddizioni delle destre possano esplodere, persino in caso di vittoria della coalizione, occorre che si realizzino una serie di condizioni, che Fratelli d’Italia non possa rivendicare la primazia tra i partiti, che il vantaggio parlamentare della destra sia esiguo al punto da rendere decisiva ogni componente dell’alleanza, centristi draghiani compresi. In questo scenario il risutato di ogni collegio può complicare il varo del governo, ciascun voto può essere utile per inceppare la marcia trionfale della macchina di Meloni, alla quale non basterà agitare la ricevuta del Rosatellum per diventare la prima donna presidente del Consiglio. Le servirà la forza di convincere i riottosi alleati a indicarla per l’incarico. Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di decidere se il capo di una forza politica che ha tuttora una partnership ufficiale con Russia unita, il partito di Putin, può tornare a essere ministro dell’Interno e se la sua eventuale nomina è compatibile con gli sbandierati propositi di stabilità della collocazione internazionale del Paese. Solo un Parlamento non egemonizzato dalla destra può rendere insuperabili uno o più di questi ostacoli.  

Perché, e siamo al secondo punto evocato da Letta, l’altro grave e illusorio errore possibile in questo momento è rassegnarsi alla vittoria della destra nella convinzione che tanto non durerà. Se Meloni e i suoi alleati dovessero vincere le elezioni con le proporzioni che assegnano loro i sondaggi attuali, è velleitario pensare che qualche componente della coalizione possa smarcarsi e prestarsi a operazioni diverse. Peggio che velleitario, è sbagliato. Meloni governerà e sarà giusto così, perché l’idea di dover sempre affidare le proprie chance di governare il Paese allo stallo e agli inciampi degli avversari è qualcosa che ha profondamente nuociuto alla sinistra di questo Paese, trasformandola in una specie di safety car della politica, o di pronto soccorso idraulico, se preferite, ma di quelli che si chiamano in emergenza e mai più. Le elezioni bisogna volerle vincere davvero, gli elettori la differenza la sentono. 

Il rischio del successo a valanga di Meloni esiste. Quando Letta aggiunge che, sempre grazie al vergognoso Rosatellum, con il 43 per cento dei voti la destra rischia di aggiudicarsi il 70 per cento dei seggi, con grave distorsione di tutti i contrappesi democratici, dice il vero. Dovrebbe però aggiungere che è grave responsabilità del Pd aver sposato il sì al taglio dei parlamentari, caro al M5S, promettendo ai suoi elettori che sarebbe stata cambiata la legge elettorale, obiettivo sul quale i dem si sono mossi tardi e male. Ma ormai si vota così, e a questo punto bisogna evitare che pure la Costituzione possa essere cambiata con un tratto di penna. Bisogna però anche che il centrosinistra offra agli elettori altri buoni motivi per sceglierlo. Da qui al 25 settembre il messaggio principale non può essere soltanto: altrimenti vincono loro. Serve una campagna di proposte concrete, non solo il gioco di rimessa sulla flat tax o sulle imbarazzanti amicizie internazionali di Salvini e Meloni. 

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