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La posta in gioco tra Pd e 5 Stelle

Lo slittamento a sinistra di Letta sembra aver favorito Conte. Da qui l'appello del segretario dem
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A leggere i dati dei sondaggi, non sembra che un certo slittamento a sinistra della campagna elettorale di Letta abbia fatto ritrovare consensi al Pd. Al contrario, vediamo risalire le percentuali dei Cinque Stelle di Conte. Era una tendenza che si era già manifestata un paio di settimane fa ma che ora si consolida. Dove? Nel Mezzogiorno, attesta una ricerca di Ixè anticipata ieri sera da Metropolis, la trasmissione tv di Repubblica condotta da Gerardo Greco. Nella versione di Conte gli ex grillini sono ormai il partito del Sud, il territorio che si rivela più sensibile all'assistenzialismo promesso a piene mani dall'ex premier. Da Napoli in giù il movimento è accreditato del 24,5 per cento: una cifra considerevole che si avvicina all'exploit del 2018, mentre niente di simile avviene al Nord e al Centro, dove la lista è intorno al 8,8.


Quindi abbiamo un altro paradosso, bizzarro solo in apparenza. Conte, che ha sempre scansat…

A leggere i dati dei sondaggi, non sembra che un certo slittamento a sinistra della campagna elettorale di Letta abbia fatto ritrovare consensi al Pd. Al contrario, vediamo risalire le percentuali dei Cinque Stelle di Conte. Era una tendenza che si era già manifestata un paio di settimane fa ma che ora si consolida. Dove? Nel Mezzogiorno, attesta una ricerca di Ixè anticipata ieri sera da Metropolis, la trasmissione tv di Repubblica condotta da Gerardo Greco. Nella versione di Conte gli ex grillini sono ormai il partito del Sud, il territorio che si rivela più sensibile all'assistenzialismo promesso a piene mani dall'ex premier. Da Napoli in giù il movimento è accreditato del 24,5 per cento: una cifra considerevole che si avvicina all'exploit del 2018, mentre niente di simile avviene al Nord e al Centro, dove la lista è intorno al 8,8.


Quindi abbiamo un altro paradosso, bizzarro solo in apparenza. Conte, che ha sempre scansato il dilemma destra/sinistra dichiarandosi "progressista", oggi occupa lo spazio che un tempo era tipico del Pd in difesa, diciamo così, dei ceti deboli. Lo fa mescolando le carte da par suo, per cui ottiene frasi di simpatia da Trump ("Giuseppi, my guy") e al tempo stesso lascia correre l'ipotesi di un incontro pre-elettorale con il francese Mélenchon. Inoltre, mentre taglia l'erba sotto i piedi del Pd, non dimentica d'essere stato ancora in tempi recenti "il punto di riferimento dei progressisti", nell'ambito della quasi fusione Pd-5S poi interrotta da Letta. Per cui non attacca il Pd, bensì "l'attuale vertice" del partito. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: dopo il 25 settembre, Conte è pronto a riprendere i rapporti, ma con un diverso gruppo dirigente chiamato a sostituire l'attuale segretario.


Vedremo. Nel frattempo, lo spostamento a sinistra di Letta sembra avere l'effetto di accreditare la campagna di Conte, anziché recuperare i voti in bilico. Sul tema del Jobs Act, ad esempio, il Pd si espone a una contraddizione, avendo ampiamente sostenuto a suo tempo la legge sul lavoro. Oggi la nuova linea, che pure andrà precisata nella sostanza e nei dettagli, finisce per incoraggiare senza volerlo proprio quel populismo di sinistra che Letta intende contrastare in quanto lo giudica, non a torto, la peggiore minaccia di qui a qualche tempo: quando ci sarà da ricostruire un territorio di sinistra in un'Italia scivolata a destra come mai nei decenni repubblicani. Si tratterà allora di pesare i rapporti di forza. Se i 5S di Conte, nel loro impasto a metà fra Trump e Mélenchon, usciranno dalle urne con un risultato molto superiore alle previsioni, saranno probabilmente in grado di dettar legge: sia per condizionare la dirigenza del Pd, sia per imporre i contenuti del nuovo, eventuale patto di opposizione.


Si capisce allora che quando Letta si aggrappa al "voto utile" - un po' in anticipo rispetto alla scadenza del 25 - lo fa perché non ha alternative. Si rivolge sia a Calenda sia a Conte, ma forse soprattutto a quest'ultimo. Il problema, come viene ripetuto, consiste nell'impedire alla destra di raggiungere i due terzi dei voti in Parlamento, vale a dire la quota per cambiare la Costituzione a maggioranza. In realtà s'intravede una seconda intenzione che forse è la prima: il tentativo di frenare la rimonta dei 5S per evitare che nel dopo elezioni Conte la faccia da padrone in casa del Pd. Sotto questo aspetto, quello che è stato per decenni il maggior partito della sinistra si trova davanti a un passaggio drammatico della sua storia. Non a caso c'è un esempio illuminante vicino a noi: il triste destino del partito socialista francese, la cui decadenza fu accelerata dalla comparsa sulla scena di Macron. Oggi i socialisti sono un tassello nella compagine variegata a cui Mélenchon ha offerto il suo ombrello.