Trasformare la forma di governo in un sistema presidenzialista dovrebbe, in teoria, rafforzare la responsabilità di chi governa ed è chiamato a far funzionare bene l’economia. Tuttavia, la cultura politica italiana è così distorta da ribaltare il legame convenzionale tra sistemi che facilitano il “decisionismo” e l’efficacia delle scelte di politica economica.
Normalmente, i sistemi di governo nei quali i responsabili delle decisioni sono ben identificabili e duraturi hanno dei vantaggi. Orizzonti lunghi di governo dovrebbero facilitare i programmi di riforma economica i cui benefici non si manifestano subito e che quindi, almeno in teoria, vengono evitati dai governi che temono di durare poco. Così pure gli investitori privati preferiscono fare affidamento su un orizzonte di certezze politiche e normative abbastanza lungo da giustificare il rischio di immobilizzare il loro capitale in attesa di rendimenti futuri.
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Trasformare la forma di governo in un sistema presidenzialista dovrebbe, in teoria, rafforzare la responsabilità di chi governa ed è chiamato a far funzionare bene l’economia. Tuttavia, la cultura politica italiana è così distorta da ribaltare il legame convenzionale tra sistemi che facilitano il “decisionismo” e l’efficacia delle scelte di politica economica.
Normalmente, i sistemi di governo nei quali i responsabili delle decisioni sono ben identificabili e duraturi hanno dei vantaggi. Orizzonti lunghi di governo dovrebbero facilitare i programmi di riforma economica i cui benefici non si manifestano subito e che quindi, almeno in teoria, vengono evitati dai governi che temono di durare poco. Così pure gli investitori privati preferiscono fare affidamento su un orizzonte di certezze politiche e normative abbastanza lungo da giustificare il rischio di immobilizzare il loro capitale in attesa di rendimenti futuri.
Dell’Italia si è sempre detto che la sua economia risente dell’instabilità politica. D’altronde, 67 governi in 74 anni sono un caso unico al mondo. La breve durata dei governi è stata individuata come una causa dell’arretratezza nelle riforme, spesso rinviate o revocate non appena un governo veniva sostituito dall’altro, e della bassa qualità degli investimenti pubblici e privati. Per questi ultimi, l’instabilità politica e finanziaria portava a preferire investimenti a basso rischio (e basso rendimento) in mattoni o vecchie produzioni, piuttosto che in attività innovative, più produttive ma considerate troppo audaci perché caratterizzate da costi certi nel breve termine e rendimenti rinviati nel tempo.
Se così fosse, l’adozione di un sistema politico presidenzialista dovrebbe essere benvenuta. Per un periodo di cinque o più anni, un presidente, con un nome e un cognome, sarebbe responsabile del miglioramento o del peggioramento delle condizioni economiche.
Purtroppo, c’è un problema. Negli ultimi 40 anni, in Italia più i governi sono stati duraturi e meno hanno contribuito alla stabilità finanziaria del paese. Da questo punto di vista, quattro dei cinque governi più “lunghi” (Craxi, Berlusconi II, Berlusconi III e Renzi) hanno fatto peggio dei governi “brevi”. Hanno cioè lasciato il paese con un debito pubblico più alto o un Pil più basso di quanto essi stessi si fossero impegnati a fare.
In base all’evidenza storica, più si consolida il potere in Italia e meno chi lo detiene si riconosce nelle regole e nei relativi impegni. Da questo punto di vista, i governi brevi, forse proprio per la loro fragilità, tendono a comportarsi meglio. Nei primi otto mesi, tutti i governi, lunghi o brevi che siano, mostrano un notevole impegno di riforma, che però si spegne tanto più si avvicina la successiva Legge di bilancio.
Se più durano i governi e peggio fanno, come indicano i dati, allora in Italia non c’è solo un problema di forma di governo, ma di cultura politica. Non bisogna certamente rassegnarsi ad avere governi di breve termine per il solo fatto che facciano meno danni degli altri, ma è necessario che gli impegni per il consolidamento economico del Paese vengano fatti propri dai governi e non traditi. È in fondo tutto lì il senso dei vincoli europei o del ruolo di un presidente della Repubblica garante degli accordi con i partner internazionali.
Se però la cultura politica italiana è diventata allergica alla stabilità e alle regole, allora c’è davvero da preoccuparsi perché la deludente gestione dell’economia implica l’incapacità di creare consenso dei cittadini dal basso attraverso la crescita del benessere e finisce per riflettersi e ripercuotersi sulla gestione politica del consenso, populista o gerarchica che sia, e quindi sulla qualità della democrazia. In tale prospettiva, il presidenzialismo andrebbe valutato con occhi inquieti.