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Tutti gli ostacoli del Presidente

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Le criticità nella proposta cara al centrodestra (e non solo)
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Il presidenzialismo è una bestemmia? È il peccato mortale delle destre? Se fosse così, dovrebbero bruciare alle fiamme dell'inferno Craxi, D'Alema, Renzi, i tanti leader di sinistra che hanno già sposato questa causa. Ma la non bestemmia presidenzialista è una buona cura per il nostro corpaccione? E a quali condizioni?


Primo: scegliamo un modello, ma senza imbastardirlo, senza inquinarne la coerenza. Scriveva Giovanni Sartori nel 2003: "Il genio italico predilige il bricolage, l'arlecchinismo costituzionale, e approda così all'invenzione di bastardi senza capo né coda, oppure con il capo al posto della coda". Quindi, se non vogliamo ricadere nell'errore di cui è figlio per esempio il Rosatellum (una legge né maggioritaria né proporzionale), si tratta di decidere fra il presidenzialismo statunitense e il semipresidenzialismo alla francese. Meglio il secondo, è meno dirompent…

Il presidenzialismo è una bestemmia? È il peccato mortale delle destre? Se fosse così, dovrebbero bruciare alle fiamme dell'inferno Craxi, D'Alema, Renzi, i tanti leader di sinistra che hanno già sposato questa causa. Ma la non bestemmia presidenzialista è una buona cura per il nostro corpaccione? E a quali condizioni?


Primo: scegliamo un modello, ma senza imbastardirlo, senza inquinarne la coerenza. Scriveva Giovanni Sartori nel 2003: "Il genio italico predilige il bricolage, l'arlecchinismo costituzionale, e approda così all'invenzione di bastardi senza capo né coda, oppure con il capo al posto della coda". Quindi, se non vogliamo ricadere nell'errore di cui è figlio per esempio il Rosatellum (una legge né maggioritaria né proporzionale), si tratta di decidere fra il presidenzialismo statunitense e il semipresidenzialismo alla francese. Meglio il secondo, è meno dirompente. E poi dalla Francia ci separano le Alpi, fra noi e l'America c'è di mezzo un oceano. Altri propongono però l'elezione diretta non del presidente della Repubblica bensì del presidente del Consiglio (il "sindaco d'Italia", copyright Matteo Renzi). È il sistema sperimentato nel 1992 da Israele, per arginare la frammentazione del voto. Fu un fiasco solenne, giacché moltiplicò i piccoli partiti; tanto che dopo tre legislature venne messo al macero. Evitiamo di macerarci a nostra volta.


Secondo: i contropoteri. Che hanno un ruolo essenziale in tutte le democrazie, ma specialmente in quella italiana. Dove le istituzioni sono fragili, in crisi da decenni. È in crisi il Parlamento, svuotato d'autorità e prestigio, tanto che le leggi ormai le scrive l'esecutivo per decreto. Sono in crisi i governi, la cui durata media supera di rado l'anno solare. È in crisi la modalità di selezione del capo dello Stato, e infatti nelle due ultime occasioni le Camere hanno rieletto l'uscente, non per scelta iniziale bensì come ripiego. Sono in crisi di consenso le Regioni, generalmente percepite come fabbrica di posti e di prebende. Ed è in crisi la magistratura, perché i processi sono un terno al lotto e perché il Csm rimane perennemente ostaggio delle correnti giudiziarie. Morale della favola: se in questo paesaggio di nanetti s'introduce un gigante (il presidente eletto con voto popolare), lui finirà per schiacciare tutti gli altri, trasformandosi in tiranno anche se non vuole. Morale-bis: il nuovo presidente dovrà rinunciare ai poteri di garanzia attribuiti al vecchio presidente (per esempio la nomina di cinque giudici costituzionali). Morale-tris: il presidenzialismo non può declinarsi in solitudine, ma s'accompagna giocoforza alla riforma delle altre istituzioni, riscrivendo la seconda Parte della Costituzione.


Terzo: chi approverà questa riforma? Il Parlamento, è ovvio; ma l'ovvietà stavolta nasconde una bugia. Perché, diciamolo: il prossimo Parlamento verrà generato con una legittimazione debole, parziale. Colpa della legge elettorale, che mai come adesso sta nauseando gli italiani, attraverso lo spettacolo dei pluricandidati scelti dai capipartito. E colpa per l'appunto dei partiti, chi più chi meno. Avrebbero dovuto approfittare del taglio dei parlamentari per proporre nomi altisonanti, in grado di sedurre gli elettori; invece la penuria di posti ha fatto scattare un riflesso difensivo, un arroccarsi dentro l'apparato, premiando maggiordomi e caporali. Da qui l'astensionismo elettorale, che toccherà - scommettiamo? - un nuovo record. Ma da qui, inoltre, una domanda, che investe il cammino verso la riforma: potrà cucinarsela nel chiuso del Palazzo, anche se otterrà i due terzi dei seggi, la nuova maggioranza? Risposta: no, no e poi no. Benché non manchi qualche cattivo precedente, come il pareggio di bilancio introdotto nel 2012 dal gabinetto Monti, le riforme di sistema vanno sempre assoggettate a referendum. Come accadde nel 2001, con il nuovo Titolo V, e poi nel 2005 e nel 2016, con le maxiriforme proposte da Berlusconi e Renzi. Ma basterà? Giusto dubitarne. Se sottoponi al corpo elettorale un elenco di norme più lungo d'un lenzuolo, il referendum diventa un plebiscito, un prendere o lasciare. Non resta perciò che coinvolgere la società civile a monte, nella preparazione del menù. Dunque non con una Bicamerale, composta pur sempre da deputati e senatori. Piuttosto con un'Assemblea di non parlamentari, eletta con mandato circoscritto alla seconda Parte della Costituzione. E con un'ultima avvertenza: per eleggerla, evitiamo d'usare il Rosatellum.