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Il baricentro africano dell'Isis

(ansa)

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L'uccisione di suor Maria è solo l'ultimo episodio di una escalation di terrore jihadista
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L’uccisione di suor Maria De Coppi, ottantreenne comboniana che dopo una vita in Mozambico è morta in un attacco contro un villaggio nella zona di Chipene, al confine con il Sudafrica, porta drammaticamente alla nostra attenzione una dinamica che si è palesata ormai da almeno cinque anni: lo spostamento del baricentro geografico del jihadismo globale dal Medio Oriente, dove è nato e ha avuto un apice solo pochi anni or sono con la creazione dell’ormai dissolto califfato, all’Africa subsahariana. Non stupisce infatti che i militanti che hanno ucciso la suora friulana appartenessero al gruppo Ansar al-Sunna Wa Jamma (Aswj), l’affiliato locale dello Stato Islamico, e che l‘Isis abbia rivendicato l’attacco contro “una suora italiana che si è spinta troppo oltre nel predicare il cristianesimo”.

L’uccisione di suor Maria De Coppi, ottantreenne comboniana che dopo una vita in Mozambico è morta in un attacco contro un villaggio nella zona di Chipene, al confine con il Sudafrica, porta drammaticamente alla nostra attenzione una dinamica che si è palesata ormai da almeno cinque anni: lo spostamento del baricentro geografico del jihadismo globale dal Medio Oriente, dove è nato e ha avuto un apice solo pochi anni or sono con la creazione dell’ormai dissolto califfato, all’Africa subsahariana. Non stupisce infatti che i militanti che hanno ucciso la suora friulana appartenessero al gruppo Ansar al-Sunna Wa Jamma (Aswj), l’affiliato locale dello Stato Islamico, e che l‘Isis abbia rivendicato l’attacco contro “una suora italiana che si è spinta troppo oltre nel predicare il cristianesimo”.

L’uccisione è dunque tutt’altro che un fatto isolato, inserendosi in un trend che riguarda la maggior parte del continente africano. Nel Mozambico la dinamica è particolarmente evidente. Tra il 2107 e il 2021 Aswj ha perpetrato più di mille attacchi nel Paese, causando più di tremila morti. Nel marzo del 2021 il gruppo assaltò la città di Palma, importantissimo centro di estrazione di gas nel Paese con forte presenza di società petrolifere francesi. La battaglia tra forze islamiste da una parte, esercito nazionale e contractor assoldati dal governo dall’altra portò alla liberazione di Palma, ma al prezzo di molte vittime e di una percezione del Paese da parte di investitori stranieri come insicuro. Da allora gli attacchi sono continuati con regolarità in tutto il Mozambico.


Nato come gruppo puramente locale che trova nel fondamentalismo islamista uno sfogo per le precarie condizioni economiche e il malcontento generale di forti segmenti della comunità musulmana, che costituisce circa il 20% della popolazione del Mozambico, dal 2017 Aswj è entrato nell’orbita dell’Isis, operando prima come parte della “Provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale” e, dallo scorso maggio, divenendo “provincia” indipendente. E questa è la dinamica attraverso la quale il jihadismo si sta rafforzando in tutta l’Africa. Piccole formazioni jihadiste, spesso in guerra coi regimi locali da anni, fanno il salto di qualità nel momento che si affiliano ufficialmente con lo Stato islamico. È un affare che conviene ad entrambe le parti. Attraverso l’affiliazione, gruppi come Aswj acquisiscono il prestigio che porta l’essere una provincia (wilayat in arabo) dello Stato Islamico e con il prestigio arrivano fondi da finanziatori mediorientali, reclute locali e straniere, know how terroristico attraverso l’arrivo di istruttori provenienti da altre province, armi. Lo Stato Islamico, dalla sua, associandosi a gruppi locali può continuare ad espandere il suo brand nonostante abbia subito forti sconfitte - inclusa l’uccisione in serie dei suoi vari leader - negli ultimi anni. Ogni attacco perpetrato da un affiliato locale è rivendicato dal brand globale, che anche se non vi è operativamente coinvolto lo rende suo e lo usa come prova della propria resilienza.

È lo stesso meccanismo che si è visto in Congo, dove un gruppuscolo di guerriglieri (le Allied Democratic Forces) che negli anni ’80 operava nascosto nella giungla dell’Est del Paese è ora diventato la Provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale e compie attentati non solo in Congo ma nei vicini Uganda, Kenya e Tanzania. Gruppi che si aggiungono ai più consolidati Boko Haram, che da anni spargono terrore non solo in Nigeria ma in vari Paesi confinanti, ed al Shabaab, potente gruppo jihadista somalo legato invece ad al Qaeda.

 

Un universo complesso e in continua evoluzione quello del jihadismo africano e che preoccupa molto la comunità internazionale. In uno degli ultimi incontri della Coalizione internazionale anti-Isis, svoltosi a Roma, si era chiaramente detto che l’Africa subsahariana è ormai la zona a maggior rischio, anche a causa della fragilità dei governi locali e delle precarie condizioni economiche e sociali che facilitano il reclutamento da parte dei gruppi jihadisti. Dinamiche che richiedono non solo azioni antiterrorismo mordi e fuggi, ma interventi politici, economici e sociali profondi e duraturi.


Lorenzo Vidino è il direttore del Programma sull’Estremismo presso la George Washington University.