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La strettoia di Letta

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Avvicinandosi alle elezioni la competizione diventa sempre più tra i leader del Pd e di FdI
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La notizia buona, per Enrico Letta, è che più si avvicina il voto più si rafforza il senso della sfida a due tra lui e Giorgia Meloni, tra il Pd e il Fratelli d’Italia: difficile che non abbia effetti positivi su entrambe le liste. Il duello con Meloni non ha sicuramente spostato gli equilibri tra la base elettorale dell’uno e dell’altra, ma può aver convinto parte degli indecisi a investire il proprio consenso sulle forze che nei rispettivi campi offrono la migliore garanzia di non disperdere il consenso. È un fenomeno fisiologico e non c’è ragione di credere che non si verificherà anche il 25 settembre. 

La notizia cattiva, sempre dal punto di vista di Letta, è che, se si al…

La notizia buona, per Enrico Letta, è che più si avvicina il voto più si rafforza il senso della sfida a due tra lui e Giorgia Meloni, tra il Pd e il Fratelli d’Italia: difficile che non abbia effetti positivi su entrambe le liste. Il duello con Meloni non ha sicuramente spostato gli equilibri tra la base elettorale dell’uno e dell’altra, ma può aver convinto parte degli indecisi a investire il proprio consenso sulle forze che nei rispettivi campi offrono la migliore garanzia di non disperdere il consenso. È un fenomeno fisiologico e non c’è ragione di credere che non si verificherà anche il 25 settembre. 

La notizia cattiva, sempre dal punto di vista di Letta, è che, se si allarga lo sguardo oltre l’inquadratura a due, il segretario del Pd è solo. Dove non arriva Meloni, invece, ci pensano Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, che pur ridimensionati porteranno in dote alla coalizione delle destre un bel gruzzolo di voti. Per il Pd sta fin dall’inizio in questa asimmetria il bernoccolo che non si spiana, l’handicap che può essere recuperato solo con un exploit. Ma è proprio la sfiducia, anche di un pezzo di Pd, sulla possibilità di centrare un risultato importante a innescare un circolo vizioso che potrebbe vanificare anche l’effetto della polarizzazione Letta-Meloni. Se i dem arrivano al voto convinti solo di poter limitare i danni, di non aver altro da chiedere alle urne che perdere bene, per usare l’espressione infelice che il candidato Cottarelli ha riservato a sé stesso, il rischio è che in quella grande massa di incerti e potenziali astenuti scatti la percezione del voto inutile: inutile a ribaltare una sfida così squilibrata, a leggere le formazioni in campo.  

LE ELEZIONI

La solitudine di Letta, però, non è solo quella della coalizione. Nel Pd c’è già chi fa i conti sul dopo voto, qualcuno immaginando comunque una continuità nella leadership, anche a dispetto di una eventuale sconfitta, altri preparandosi all’ennesimo ribaltone interno, affinché lo scalpo di Letta si aggiunga nella sede nazionale del Nazareno a quello degli altri segretari giubilati o dimessi o tutte e due le cose. Mentre Meloni sfrutta il vantaggio di una chiara candidatura personale alla guida della sua coalizione e del governo, Letta sconta un dibattito interno che persino nel pieno della campagna elettorale si agita tra nostalgici dell’era giallorossa e fautori della svolta al centro. La decisione di Letta di rompere con il M5S, o comunque di non cercare una riconciliazione con Conte, non è stata condivisa da un’ala del partito che ha cominciato subito a evocare riappacificazioni con i grillini dopo il voto, persino una riedizione del governo giallorosso in caso di buon risultato il 25 settembre.

In politica tutto è possibile, perché in Parlamento possono talvolta rivelarsi necessari anche accordi esclusi, e non disonestamente, prima del voto. Eppure resta surreale l’idea di presentare agli elettori lo scenario di un esecutivo con un partito con il quale il Pd ha appena rotto e con motivazioni considerate così gravi, una forza che Letta ha accusato di muoversi solo per bassi calcoli elettorali e, non ultimo, spiegando che il suo vero capo, Beppe Grillo, si pone fuori da destra e sinistra, in senso qualunquista, pure letterale, almeno a giudicare da questa legislatura: qualunque alleanza, qualunque colore. Al tempo stesso, all’altra ala del Pd c’è chi rimpiange di non aver rotto tutti i ponti a sinistra per seguire l’onda calendiana. Se i dem celebreranno il non lontano congresso stritolati dallo scontro su queste due linee, l’esito potrebbe persino peggiore di una sconfitta elettorale. 

Ciò che ha fatto più difetto al Pd in questi anni è stato il recupero di una identità credibile, autonoma, né basata solo sull’autoflagellazione per gli errori del passato né sul salto nel vuoto verso nuovismi magari legati alla effimera fiammata di un leader. Il dibattito sulle alleanze pare nobile e alto, ma invece è solo tatticismo spinto, opportunismo, tentativi di dare al trasformismo degli alleati una veste di intellettualità e strategia. Se la destra in questi anni ha litigato ma non si è spaccata al momento del voto non è solo per cinismo, che pure non manca. Rimane tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega un vincolo ideologico di base, al netto delle evidenti distonie su molti temi. Se all’alleanza giallorossa è bastato un termovalorizzatore per svaporare, forse è perché non è mai andata oltre lo stato gassoso. Rievocarla negli ultimi dieci giorni di campagna è il modo migliore per zavorrare lo scatto finale.