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Messaggi da destra a Europa e Usa

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Il punto di mercoledì 14 settembre
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Potremmo definirla la nuova linea di Giorgia Meloni rispetto all’Europa: non sforzarsi di essere accolta nel “club” degli ortodossi di Bruxelles, attraverso gli esami che non finiscono mai, bensì rivendicare la propria specificità. Negli ultimi mesi era sembrato il contrario: ossia che la giovane leader dei Fratelli d’Italia cercasse una sorta di legittimazione presso le cancellerie dell’Unione, in parallelo alla professione di “atlantismo”più volte ribadita. Ora, nell’intervista al Washington Post, dice a chiare lettere: “Non ho bisogno di essere accettata dalla Ue”. Un paio di giorni fa aveva esclamato, rivolta ai vertici del potere europeo: “È finita la pacchia”. Intendendo con questa frase a effetto che gli “interessi nazionali” saranno meglio tutelati nel prossimo futuro dal governo di destra.

Potremmo definirla la nuova linea di Giorgia Meloni rispetto all’Europa: non sforzarsi di essere accolta nel “club” degli ortodossi di Bruxelles, attraverso gli esami che non finiscono mai, bensì rivendicare la propria specificità. Negli ultimi mesi era sembrato il contrario: ossia che la giovane leader dei Fratelli d’Italia cercasse una sorta di legittimazione presso le cancellerie dell’Unione, in parallelo alla professione di “atlantismo”più volte ribadita. Ora, nell’intervista al Washington Post, dice a chiare lettere: “Non ho bisogno di essere accettata dalla Ue”. Un paio di giorni fa aveva esclamato, rivolta ai vertici del potere europeo: “È finita la pacchia”. Intendendo con questa frase a effetto che gli “interessi nazionali” saranno meglio tutelati nel prossimo futuro dal governo di destra.


I critici avranno adesso buon gioco nel descrivere una Meloni di nuovo “sovranista” e comunque non amica dell’Unione. Viceversa, i suoi estimatori replicheranno che non c’è una vera novità: lei è anche il personaggio più rappresentativo dei Conservatori europei, un gruppo consistente — e senza dubbio parecchio euroscettico — che si trova all’opposizione dell’asse popolari-socialisti: dunque all’opposizione dell’attuale Commissione. Sarebbe strano se proprio alla vigilia del voto la leader di FdI buttasse a mare tutto il suo passato ed entrasse in urto con il raggruppamento transnazionale di cui è presidente allo scopo di farsi “accettare” dagli altri.

LE ELEZIONI


La verità, come spesso accade, è a metà strada. L’intervista al Washington Post serve a Giorgia Meloni per proseguire sulla strada della legittimazione agli occhi del mondo esterno. Vale a dire degli Stati Uniti, ai quali torna a garantire lealtà e vicinanza. Va detto però che questo obiettivo non contempla la rinuncia a un certo bagaglio di idee e proposte che definiscono un profilo “di destra”. Per cui al giornale americano, storico faro degli ambienti “liberal”, l’intervistata non nega la simpatia per il partito repubblicano, anche se evita di citare Trump. E poi ribadisce la contrarietà verso le politiche che cancellano l’identità di genere, nonché verso le adozioni fatte da coppie omosessuali. Allo stesso modo ribadisce la critica all’Unione e alle sue “priorità sbagliate”.


C’è un elemento di ambiguità in tutto questo? Senz’altro sì. Ma c’è anche il desiderio di presentarsi senza maschere. In altri termini, Giorgia Meloni evita di versare troppa acqua nel suo vino, come farebbe un “outsider” speranzoso di conquistare nuovi elettori. Evidentemente non ne ha bisogno: i sondaggi — che ormai sono riservati — l’hanno descritta fino a ieri come il cavallo in testa alla corsa, quello che tutti gli altri inseguono. Ne deriva che a lei non serve omologarsi più di tanto alla cultura prevalente, specie sulle questioni etiche. Le è più utile cominciare a mandare qualche messaggio contro il “politicamente corretto”, comprendendovi anche una certa idea d’Europa che, a suo dire, comprime gli interessi nazionali dell’Italia.
Il resto lo si vedrà dopo il 25 settembre. Qui la predestinata evita i toni trionfalistici e, anzi, al Post ricorda che in Italia è il presidente della Repubblica a decidere a chi dare l’incarico di formare il nuovo governo. Sottinteso: tuttavia, se sarò largamente prima, il capo dello Stato dovrà chiamarmi. Il che è abbastanza vero, ma quel passo sarà solo l’inizio di un percorso che si presenta di estrema, quasi drammatica difficoltà. A quel punto l’argomento secondo cui “non devo farmi accettare dall’Unione” perderà valore. Saranno i fatti a decidere se l’Italia di Giorgia Meloni sarà accolta in Europa ovvero messa ai margini. E l’Italia non è l’Ungheria di Orbán: una crisi dei rapporti con Roma avrebbe conseguenze imprevedibili per l’intera Unione. Il che dovrebbe suggerire prudenza a tutte le parti in causa.