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Salviamo la democrazia

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L'equilibrio estero influirà pesantemente sulla nostra politica interna
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L'offensiva ucraina a Kharkiv non segna certo la fine della guerra. È una sconfitta pesante per Mosca, con Vladimir Putin pronto a mettere sotto accusa i vertici dell’esercito per allontanare da sé le critiche interne di marca ultra-nazionalista. Ma la Russia reagirà, lo sta già facendo sulle infrastrutture civili: il conflitto nel Donbass, fra alti e bassi, andrà avanti per mesi. Mettendo alla prova così la solidità dell’appoggio all’Ucraina di paesi europei colpiti dalla crisi energetica, fra cui il nostro.
Kharkiv è insomma una tappa, assai favorevole a Kiev, di una guerra che resta lunga e difficile. Ma è anche una svolta politica, destinata a pesare nel dibattito occidentale sugli aiuti all’Ucraina. L’offensiva dei giorni scorsi dimostra infatti due cose: la prima è che la voglia di libertà del popolo ucraino ha in sé una potenza insopprimibile, cosa che Putin non…

L'offensiva ucraina a Kharkiv non segna certo la fine della guerra. È una sconfitta pesante per Mosca, con Vladimir Putin pronto a mettere sotto accusa i vertici dell’esercito per allontanare da sé le critiche interne di marca ultra-nazionalista. Ma la Russia reagirà, lo sta già facendo sulle infrastrutture civili: il conflitto nel Donbass, fra alti e bassi, andrà avanti per mesi. Mettendo alla prova così la solidità dell’appoggio all’Ucraina di paesi europei colpiti dalla crisi energetica, fra cui il nostro.
Kharkiv è insomma una tappa, assai favorevole a Kiev, di una guerra che resta lunga e difficile. Ma è anche una svolta politica, destinata a pesare nel dibattito occidentale sugli aiuti all’Ucraina. L’offensiva dei giorni scorsi dimostra infatti due cose: la prima è che la voglia di libertà del popolo ucraino ha in sé una potenza insopprimibile, cosa che Putin non ha mai capito e che lo ha condotto al clamoroso errore di calcolo del 24 febbraio; la seconda è che gli aiuti militari occidentali, il training, l’intelligence americana e britannica, stanno spostando gli equilibri sul terreno, stanno facendo la differenza. La domanda sul “senso” del sostegno all’Ucraina, destinata — secondo tesi pacifiste od opportuniste europee — ad essere battuta comunque da Mosca, diventa priva… di senso.


Questa semplice verità dovrebbe riflettersi nell’ultimo scorcio della campagna elettorale italiana. Forse è chiedere troppo: ma per ragioni diverse, gli schieramenti a confronto dovrebbero dimostrare di avere chiaro in che mondo stanno vivendo. L’ esito della guerra in Ucraina condizionerà il futuro delle democrazie europee e una serie di ambiguità non sono più sostenibili. Non c’è bisogno di un Dossier da Washington per arrivare a tale conclusione.
Per una parte non irrilevante del centro-sinistra si tratta di capire che le forniture di armi all’Ucraina non sono un modo per prolungare la guerra ma per tentare di arrivare all’unico tipo di pace possibile, quella che riconosca l’Ucraina come nazione indipendente. Per la coalizione di centro-destra, si tratta di definire la collocazione atlantica del paese non come uno slogan utile a governare ma come una scelta di sicurezza e valoriale, che impedisce ammiccamenti residui alla Russia di Putin. Giorgia Meloni, che aspira legittimamente alla premiership, deve richiedere su questo punto cruciale, in particolare alla Lega di Matteo Salvini, garanzie precise. Che includono la conferma delle sanzioni.
Oltre a pretendere qualcosa dai suoi eventuali alleati al governo, Giorgia Meloni dovrà fare anche la sua parte, prendendo atto che il concetto di “democrazia sovrana”, a cui ha guardato con un qualche interesse la destra italiana, è stato sepolto dallo shock dell’Ucraina. È un punto importante per la competizione in corso fra democrazie occidentali e potenze autoritarie rivali. Ma anche — come dimostra il caso Ungheria esploso a Bruxelles — per la collocazione dell’Italia in Europa e per i rapporti interni alla coalizione di centro-destra (che si è divisa su questo al Parlamento europeo).


Torniamo indietro un momento: “democrazia sovrana” è un concetto messo a punto nel 2005/2006 dall’ex consigliere di Putin, Vladislav Surkov, per valorizzare i vantaggi del regime russo e costruire una narrativa anti-liberale: leggere il Mago del Cremlino, la storia romanzata di Surkov scritta da Giuliano da Empoli, è un’introduzione utile al tema. Dalla Russia di Putin il concetto di democrazia sovrana è poi migrato a Occidente, trasformandosi nella “democrazia illiberale” di governi come quello di Viktor Orbán a Budapest. Ed è infine stato accreditato da una parte dei consiglieri di Donald Trump come prodotto della mente “geniale” del Capo del Cremlino. Bene: questa visione ideologica sulle forme di democrazia alternative e possibilmente migliori rispetto alla democrazia liberale è uscita fortemente ammaccata dalla guerra in Ucraina. Se non altro perché gli istinti sovranisti e illiberali hanno dimostrato di funzionare peggio, non meglio, degli istinti dei sistemi democratici aperti. Se parliamo dei sistemi autoritari veri e propri, il mito della loro efficienza comparativa si è infranto prima sul Covid (la Cina di Xi Jinping sta ancora pagando il prezzo economico della sua politica “zero-Covid”) e poi sul conflitto in Ucraina. La Russia di Putin ha dimostrato che un regime del genere non è in grado di tradurre la spesa militare in un esercito moderno; e non sa come gestire una guerra spacciata alla propria popolazione come “operazione militare speciale”. E se Mosca contava sull’aiuto di Pechino, l’incontro a Samarcanda ha confermato che la Cina non è disposta ad appoggiare più di tanto la Russia, che è diventata nei fatti un suo “junior partner”. Perfino in Asia centrale.


In conclusione: i sistemi democratici liberali, con tutti i loro limiti, sono in grado di gestire le crisi meglio dei sistemi illiberali, verso cui è esistita negli ultimi anni una poco comprensibile fascinazione. Pandemia e guerra, con tutti i drammi e tutti i costi che hanno prodotto, sono almeno servite a dimostrarlo. L’interesse nazionale dell’Italia, cui Giorgia Meloni fa spesso e giustamente riferimento, potrà essere difeso solo avendo questo punto ben chiaro. L’atlantismo, per non restare una parola d’ordine e funzionare, richiede una fiducia di fondo nel legame fra democrazie liberali. La politica europea richiede una condivisione di sovranità nei settori di interesse comune dei singoli Stati. Sono due premesse essenziali per sviluppare una politica estera che risponda agli interessi di fondo del nostro paese.