✕

Una lezione ai pataccari

Ascolta l'audio

Draghi ha risposto, nel corso della conferenza stampa, di non essere disponibile a un secondo mandato
2 minuti di lettura

Mario Draghi mancherà molto alla politica italiana. Lo pensano molti italiani, di orientamento politico diverso, che peraltro non meritano di essere ingannati da chi spaccia Draghi per il proprio candidato premier, una farsa cui ieri il presidente del Consiglio ha forse messo fine rispondendo con un secco no, nel corso della sua conferenza stampa, alla domanda se sia disponibile a un secondo mandato per Palazzo Chigi. Non parliamo qui della fantomatica e omonima agenda, anch’essa usata da più parti per mascherare l’assenza di una proposta politica, le carenze programmatiche di partiti che ormai sono abituati a funzionare solo da comitati elettorali e hanno smarrito la gran parte della capacità di elaborare pensieri e visioni sulla società. Mancheranno la sua preparazione e autorevolezza, ovviamente, ma anche la nettezza dei suoi giudizi, appena dissimulata dal solito controllato filo di sarcasmo, l’affilatezza della sua logica, quella con …

Mario Draghi mancherà molto alla politica italiana. Lo pensano molti italiani, di orientamento politico diverso, che peraltro non meritano di essere ingannati da chi spaccia Draghi per il proprio candidato premier, una farsa cui ieri il presidente del Consiglio ha forse messo fine rispondendo con un secco no, nel corso della sua conferenza stampa, alla domanda se sia disponibile a un secondo mandato per Palazzo Chigi. Non parliamo qui della fantomatica e omonima agenda, anch’essa usata da più parti per mascherare l’assenza di una proposta politica, le carenze programmatiche di partiti che ormai sono abituati a funzionare solo da comitati elettorali e hanno smarrito la gran parte della capacità di elaborare pensieri e visioni sulla società. Mancheranno la sua preparazione e autorevolezza, ovviamente, ma anche la nettezza dei suoi giudizi, appena dissimulata dal solito controllato filo di sarcasmo, l’affilatezza della sua logica, quella con la quale ha smontato tre quarti delle sciocchezze contrabbandate dalla coalizione che in questo momento ha le chance maggiori di esprimere il suo successore. Non lo ha fatto per attaccare la destra a vantaggio di altri, ha appunto censurato quanti fanno campagna elettorale spendendo abusivamente il suo nome, bensì per chiudere la sua stagione con un ancoraggio alla realtà anziché alle allucinazioni estive della propaganda. Ci sono questioni su cui la politica non è mera opinione, come il tifo calcistico o il giudizio su un film, il modello del nostro dibattito pubblico. Draghi non ha espresso opinioni, ha messo in fila fatti affinché il giudizio si formasse da solo, nitido e incontrovertibile, almeno per coloro che sono in grado di fare due più due, una capacità di calcolo non più alla portata di tutto il panorama politico nazionale.


Ha preso uno dei capisaldi del programma di Giorgia Meloni, la più accreditata candidata a prendere il suo posto, cioè la rinegoziazione del Pnrr, e lo ha sgonfiato come un palloncino: c’è poco da rinegoziare, ha spiegato, è stato già quasi tutto bandito, quindi chi presenta la questione come dirimente in campagna elettorale si sta esercitando sul nulla. O bara o è incompetente. Si è espresso sul sostegno che due dei tre partiti della coalizione di destra hanno offerto a Orbán, votando contro la censura dell’Europarlamento a un Paese, l’Ungheria, che ha abbandonato ogni ancoraggio allo Stato di diritto. Ma lo ha fatto senza attaccare Orbán, non con una presa di posizione partitica o ideologica, semplicemente sottolineando l’idiozia di chi rivendica con orgoglio l’intenzione di andare a difendere gli interessi italiani in Europa legandosi al carretto delle autocrazie e dei sovranismi altrui. “Quali partner europei pensate possano essere più utili agli italiani? Datevi la risposta da soli”, ha detto Draghi, forse confidando troppo nella capacità di risposta degli orbaniani di casa nostra.

Ha elogiato il ministro dell’’Economia Daniele Franco, “mi auguro che il prossimo governo possa contare su uno bravo come lui”, spiegando che solo l’equilibrio dei conti associato alla crescita può permettere di proseguire nella strategia di aiuti all’economia. Il resto è wannamarchismo, propaganda da pataccari. Poi ha usato una delle espressioni più forti della conferenza stampa, “pupazzi prezzolati”, per commentare le figure — ciascuno può facilmente dare loro un nome e un volto — che in questi anni si sono prestate alle evidenti ingerenze che la Russia di Putin ha messo in campo in Italia, come in altri Paesi occidentali, ingerenze che restano lampanti e gravi anche senza la comprovata traccia di un corrispettivo in rubli. Del resto, Draghi non ha escluso che possano esserci altri documenti dell’intelligence statunitense che chiamano in causa partiti italiani. Ma comunque ha voluto sottolineare che “qualcuno parla con Mosca e chiede la fine delle sanzioni”, e qui, più che un identikit, è come se avesse sventolato una Polaroid, anzi la Polaroid di un selfie.