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La scuola senza smartphone, perché l'istruzione chiede presenza

Primo giorno di scuola a Bologna (eikon)

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Se il cellulare è spento i ragazzi partecipano meglio alla vita della comunità
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A scuola esiste un rito antico e sempreverde. Si officia, identico a se stesso, all’inizio della prima ora di lezione, ogni mattina. Lo celebrano i piccoli e i grandi, i maestri e i professori. È l’appello, un atono fluire di nomi, un mantra alfabetico che si imprime nella coscienza di ogni alunno e resta lì anche dopo, anche da adulti e da anziani, come un jingle del Carosello. All’appello si risponde «presente», è la regola, ieri come oggi.
Perché la scuola richiede presenza.

Al liceo Malpighi di Bologna gli studenti devono consegnare all’ingresso il telefono cellulare che viene riposto in un cassetto e restituito all’uscita.
Proteste, applausi, perplessità, sconcerto, virtuose imitazioni, rivendicazioni di chi questa prassi la seguiva già.
Al di là della presunta o reale utilità del cellulare in classe, qualcuno sostiene che il vero insegnamento, invece della privazione, dovrebbe esse…

A scuola esiste un rito antico e sempreverde. Si officia, identico a se stesso, all’inizio della prima ora di lezione, ogni mattina. Lo celebrano i piccoli e i grandi, i maestri e i professori. È l’appello, un atono fluire di nomi, un mantra alfabetico che si imprime nella coscienza di ogni alunno e resta lì anche dopo, anche da adulti e da anziani, come un jingle del Carosello. All’appello si risponde «presente», è la regola, ieri come oggi.
Perché la scuola richiede presenza.

Al liceo Malpighi di Bologna gli studenti devono consegnare all’ingresso il telefono cellulare che viene riposto in un cassetto e restituito all’uscita.
Proteste, applausi, perplessità, sconcerto, virtuose imitazioni, rivendicazioni di chi questa prassi la seguiva già.
Al di là della presunta o reale utilità del cellulare in classe, qualcuno sostiene che il vero insegnamento, invece della privazione, dovrebbe essere l’astensione dall’uso di un cellulare a portata di mano.


Esiste, in ogni istituto, un patto di corresponsabilità, firmato da genitori, alunni e docenti. Contiene le regole e, tra queste, il divieto di utilizzare lo smartphone che deve restare in cartella, muto, preferibilmente spento. Tuttavia resistere alla tentazione di quella via di fuga è impresa ardua, spesso fallimentare, non solo tra i banchi.
Succede a tutti. Stiamo raccontando un fatto o una storia o un pensiero importante e improvvisamente l’interlocutore — partner, figlio, amico, collega — ha un sussulto, lo sguardo inciampa e si allontana, l’espressione perde intensità, la postura si chiude. «Ehi! Sono qui! Dove stai andando?». Frustrati, ci sbracciamo immobili. Non ascolta più. Si è perso. È stato catturato dallo schermo del cellulare e noi siamo diventati figurine di contorno, sfocate, senza margini né voce.


E quante volte siamo stati noi — partner figli, genitori, amici, colleghi — risucchiati dall’irrefrenabile impulso di dare un’occhiata a un messaggio, controllare una notifica, con l’urgenza scriteriata di una dipendenza? «Continua pure, ti sto ascoltando!», borbottiamo rassicuranti. E invece no, sappiamo di mentire e navighiamo già altrove. Assenti, come Rossi Laura sul registro della II G, come il sedicenne dinoccolato in ultima fila che mette di nascosto un improcrastinabile like a un post su Instagram.
La vita è un privilegio che merita presenza. La scuola è un diritto che quella presenza la esige. E, per ottenerla, deve insegnarla.
Una scuola che toglie i cellulari agli alunni non compie un abuso, non respinge la contemporaneità e i suoi strumenti, non è anacronistica. Come ogni mattina nell’appello quotidiano, quella scuola chiede presenza, condizione necessaria per imparare. Senza presenza la scuola si sfilaccia, perde senso e identità. Ne abbiamo avuto la dimostrazione durante la rovinosa era della Dad.

Lasciando in un cassetto il telefonino, quei ragazzi sperimenteranno la stupefacente intensità del qui e ora. A volte sarà bello, a volte noioso ma da quella bellezza o da quella noia saranno attraversati. Tutto il resto — i messaggi Whatsapp, i commenti, la condivisione, la socialità virtuale — resterà al sicuro ad aspettarli all’uscita.
Elena Ugolini, la rettrice del Malpighi, ha esteso il provvedimento anche agli insegnanti del liceo, imponendo anche a loro l’inevitabilità dell’esserci, che deve essere reciproca, come il rispetto.